Commento al Vangelo

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 Noi siamo soliti parlare di “parabola del buon samaritano”, perpetuando un uso che viene dalla lingua semitica, dove il termine “mashàl” (= parabola) serviva per indicare la parabola, il racconto esemplare, il proverbio, il detto sapienziale, ecc. A livello letterario le cose stanno diversamente. La parabola provoca nel destinatario un giudizio con il quale, inconsapevolmente, giudica se stesso. Il racconto esemplare, invece, propone solo un esempio da imitare (“Va' e anche tu fa' così”).

Ogni tipo di chiamata non cancella il legame di sangue, ma lo rende subalterno al rapporto con Dio. La chiamata, inoltre, comporta una certa solitudine perché non tutti (parenti, amici e altri) riescono sempre a capire la scelta che la persona compie. Quando uno sceglie la sua strada, qualunque essa sia, dà il primato a Dio. Inoltre ogni scelta radicale, come essere discepoli di Cristo, è una scelta per sempre.

L’Eucaristia è primariamente celebrazione del mistero Pasquale (morte e resurrezione del Signore). Gesù dice con chiarezza: “Fate questo in memoria di me”. Si tratta di un’espressione che contiene il vocabolo “anamnesis” che significa “memoria attuativa di ciò che si ricorda”

Gesù è consapevole di essere tradito da Giuda, ma non cerca di difendersi o di trovare una via d’uscita. Rimane nel cenacolo e lascia ai suoi discepoli due messaggi importantissimi. Il primo è la chiave interpretativa di tutto il suo apostolato e del mistero pasquale che lo attende. La parola chiave che fornisce la lente con cui leggere il tutto è il verbo “glorificare”. Il secondo messaggio riguarda l’eredità essenziale di tutta la sua opera. La parola chiave è “amare”.