L'Editoriale
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Triste bilancio e amara verità

Un febbraio di tristi bilanci a tre anni dall'inizio della pandemia, ad un anno dall'inizio della guerra e alle prese con un post terremoto in Turchia e Siria che non arresta l'ascesa del numero delle vittime

Parole chiave: Covid 19 (5), Ucraina (127), Guerra (160), Terremoto (15), Turchia (13), Siria (12)
Triste bilancio e amara verità

E’ un febbraio denso di date da ricordare: per imparare - verrebbe da dire - se non fosse che nel fondo dei pensieri una realistica vena di scettiscismo e rassegnazione sa bene che questo imparare è auspicio più che meta. I fatti lo dimostrano.

Era febbraio di ormai tre anni fa quando il mondo comprendeva che una nuova ondata pandemica era in atto: il Covid 19 ha chiuso frontiere, bloccato merci e persone, distanziato abitudini, allontanato gesti e consuetudini, creato barriere ideologiche sulle cure e cambiato profondamente ciascuno di noi, distaccandoci dal mondo delle relazioni di prima. A troppi è andata pure peggio: a tutti i malati della prima ora o a quelli più fragili o a chi abitava luoghi dove la medicina non era come da noi all’avanguardia. I dati complessivi del contagio nel mondo della Organizzazione mondiale della sanità, aggiornati al 9 febbraio 2023, sono tremendi: 755 milioni i casi di contagio, quasi 7 milioni (6,83) i morti, di cui oltre due milioni nella sola Europa. Abbiamo tutti davanti agli occhi le immagini dei camion con le bare a Bergamo: abbiamo immaginato il dolore dei familiari, abbiamo avuto tutti paura. Eppure l’abbiamo dimenticata in fretta.

Era il 24 febbraio dell’anno scorso quando attoniti abbiamo sentito annunciare che la guerra era tornata con la l’invasione russa dell’Ucraina. Da un anno a questa parte non c’è sera che non ci aggiorni sull’ennesimo bombardamento, sulle ennesime vittime. Qui la conta è più difficile, poiché la propaganda – dall’una come dall’altra parte – non conosce obiettività e i segreti militari riguardano i vivi come i morti. Cercando comunque delle cifre tra le dichiarazioni dei relativi governi in causa e l’Onu, si può convergere su circa 10-13 mila soldati ucraini uccisi e altrettanti feriti, anche se la Russia - attraverso il ministro della difesa Sergey Shoigu - lo scorso autunno ha parlato di seimila militari russi e 61mila ucraini uccisi. Cifre che, secondo le fonti ucraine, si devono rovesciare: i soldati uccisi sarebbero 10-13 mila ucraini e 123 mila russi. Comunque sia uno resta il fatto: anche questa guerra, inammissibile come tutte le altre, sta seminando lacrime e distruzione in un mondo che assiste, in parte supporta l’attaccato, ormai quasi dimentico dell’obiettivo supremo della pace.

Adesso siamo alle prese con febbraio 2023 scosso da una nuova sciagura: il terremoto in Siria e Turchi, dove il numero delle vittime sale di giorno in giorno e arriverà chissà dove dopo le quarantamila attuali.

Non è per amor di macabra conta che si aggiornano questi contatori di vite perse - a cui vanno aggiunte quelle straziate di chi resta - quanto per l’incredulità di fronte alla violenza dell’uomo che si perpetua. Ci sono volte in cui il bisogno di raccogliersi in silenzio è più forte di ogni saggio o consolatore pensiero. Forse questa è un’incredulità inutile, dato che a violenza altra violenza si aggiunge senza tregua, ma se obtorto collo siamo costretti ad accettare impotenti quella della natura, non dovremmo però tollerare oltre quella di persona contro persona, di gruppo contro gruppo, di stato contro stato.

Prima che, nell’imminenza della triste celebrazione del primo anno di guerra, i numeri e le teorie sovrastino ogni tv o giornale o radio concediamoci un po’ di silenzio. Lasciamo spazio al rammarico profondissimo che viene dal sentire attuali e rivolte a noi le parole che un poeta con la chitarra come Francesco Guccini cantò in Auschwitz: “Ancora tuona il cannone, ancora non è contenta di sangue la belva umana”. Perché se pandemia e terremoto ci sorprendono come il ladro di notte e ci fanno vittime, la guerra al contrario scaturisce da noi, ancora Caini: contro una donna, un bambino, un anziano, un diverso o un qualsiasi altro nemico che vogliamo costruirci, alibi di sfogo per una violenza senza fine. “Io chiedo – si domandava Guccini – quando sarà, che l’uomo potrà imparare e vivere senza ammazzare”. La risposta non è stata trovata e noi, invece di usare capacità e risorse per sostenerci l’un l’altro nelle avversità anche immani che avvengono, siamo così stolti da passare le manciate di giorni che ci sono state date a sopraffarci.

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