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Il Direttore della Caritas: tési e protési al bene concreto

Per la Giornata dedicata ma anche per tutte le altre dell'anno: i progetti e le azioni concrete della Caritas Diocesana nelle parole del suo direttore, Andrea Barachino

Il Direttore della Caritas: tési e protési al bene concreto

Come Gesù Cristo, costretti a fuggire": leggendo il titolo del messaggio del Santo Padre per la 106ª giornata mondiale delle migrazioni, si può pensare a un riferimento a richiedenti asilo e rifugiati. Invece il Papa si sofferma su quelli che sono definiti sfollati interni: una sorta di ultimi tra gli ultimi nelle varie categorie migratorie.

GLI SFOLLATI INTERNI. Se, in qualche modo, i rifugiati politici sono tutelati dalle norme internazionali, gli sfollati interni sono sotto la tutela dello Stato nel quale sono cittadini e residenti. Si spostano all’interno del proprio paese dal luogo di abituale residenza a un altro per catastrofi naturali (pensiamo a quello che succede ai terremotati anche in Italia), per guerre e questioni ambientali. Non varcando tuttavia i confini non rientrano sotto la tutela delle organizzazioni internazionali e, là dove questo accade in paesi poveri e con una situazione istituzionale che non tutela i diritti umani, la situazione degli sfollati interni risulta senza alcuna tutela e cade nell’invisibilità.

LA VIA DI FRANCESCO
Per uscire da questo stallo ancora una volta il Papa ci propone di coniugare dei verbi. Lo aveva fatto nel messaggio per la stessa giornata mondiale del 2018, (Accogliere-Proteggere-Promuovere-Integrare) lo fa anche questa volta, con una coniugazione un po’ più complessa, ma che invita le istituzioni, le organizzazioni e ciascuno di noi a dei passi coraggiosi verso il farsi prossimi di questi fratelli, anche di quelli invisibili.
L’uso dei verbi richiama inoltre all’agire, mi verrebbe da sottolineare quello che uno degli stili di lavoro della Caritas in Italia cioè mantenere un’attenzione pedagogica verso le comunità attraverso una pedagogia dei fatti.

LA SITUAZIONE
NEL PORDENONESE
Nel Pordenonese i flussi migratori sono rallentati, non viviamo la situazione delle diocesi vicine, diocesi di confine raggiunti dalla rotta balcanica, ma l’onda lunga dell’accoglienza degli ultimi 5 anni si vede.
Nella relazione dello scorso anno del Centro di Ascolto stimavamo in circa 5.000 i richiedenti asilo transitati nel territorio della provincia di Pordenone, quelli rimasti sono molto pochi: alcuni sono rimasti avviando postivi percorsi di integrazione, almeno da un punto di vista lavorativo.
Però c’è anche chi, per fragilità proprie, questa integrazione non riesce a raggiungerla: è un compito delle istituzioni, in parte perseguito attraverso i progetti finanziati dall’unione europea e attivi anche nel comune di Pordenone, proporre percorsi che si prendano carico anche di questi invisibili.

I PROGETTI
DELLA CHIESA
Anche la Chiesa in Italia ha tuttavia messo in campo progetti e risorse per aiutare le istituzioni a sperimentare percorsi e approcci nuovi.
Si tratta dei progetti Corridoi Umanitari (che riguardano vie di accesso legali e sicure per le persone vulnerabili potenziali titolari di protezione internazionale);
e il progetto APrI (il cui nome si rifà ai 4 verbi del messaggio del Santo Padre del 2018). Quest’ultimo vuole lavorare attraverso le comunità e le singole persone negli ultimi passi dell’integrazione. Sono quei piccoli segni coraggiosi che, si spera, possano aprire a comunità e singoli capaci di coniugare l’invito del Papa.
Andrea Barachino
Direttore Caritas diocesana

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