Commento al Vangelo
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Domenica 20 gennaio, commento di don Renato De Zan

Amore sponsale: segno che contiene l’amore di Dio per ciascuno di noi

Parole chiave: Nozze (1), Cana (2), Vangelo (126), Diocesi (192)
Domenica 20 gennaio, commento di don Renato De Zan

Gv 2,1-12 (riassunto)
In quel tempo, vi fu una festa di nozze a Cana di Galilea e c’era la madre di Gesù. Fu invitato alle nozze anche Gesù con i suoi discepoli. Venuto a mancare il vino, la madre di Gesù gli disse: "Non hanno vino". E Gesù le rispose: "Donna, che vuoi da me? Non è ancora giunta la mia ora". Sua madre disse ai servitori: "Qualsiasi cosa vi dica, fatela". Vi erano là sei anfore di pietra per la purificazione rituale dei Giudei, contenenti ciascuna da ottanta a centoventi litri. E Gesù disse loro: "Riempite d’acqua le anfore"; e le riempirono fino all’orlo. Disse loro di nuovo: "Ora prendetene e portatene a colui che dirige il banchetto". Ed essi gliene portarono. Come ebbe assaggiato l’acqua diventata vino, colui che dirigeva il banchetto - il quale non sapeva da dove venisse, ma lo sapevano i servitori che avevano preso l’acqua - chiamò lo sposo e gli disse: "Tutti mettono in tavola il vino buono all’inizio e, quando si è già bevuto molto, quello meno buono. Tu invece hai tenuto da parte il vino buono finora". Questo, a Cana di Galilea, fu l’inizio dei segni compiuti da Gesù; egli manifestò la sua gloria e i suoi discepoli credettero in lui.

Tematica liturgica. Sappiamo che nella vecchia liturgia tre eventi di manifestazione (incontro con i Magi, Battesimo e Cana di Galilea) erano celebrati in un’unica festa, l’Epifania. La Nuova Liturgia ha sciolto questo concentrato scandendolo in tre appuntamenti: l’Epifania (incontro con i Magi), la domenica successiva (Battesimo) e la domenica del Tempo Ordinario che viene dopo (Cana di Galilea). Poiché nel Tempo Ordinario la Chiesa segue passo dopo passo lo svolgimento dell’apostolato pubblico di Gesù, la Liturgia ha scelto come primo Vangelo di questo itinerario il miracolo di Cana. È stato "primo dei segni". Tutto ciò che Gesù compirà in parole e opere nel suo apostolato pubblico, è destinato a manifestare la sua identità ("manifestò la sua gloria": Gv 2,11) perché i suoi discepoli di allora e di oggi credano in Lui. Il legame tra il "segno-miracolo" e la "fede" percorre tutto il quarto vangelo, tanto che l’associazione segno-credere costituisce una grande inclusione evangelica (si trova cioè all’inizio e alla fine del vangelo). All’inizio troviamo il miracolo di Galilea (Gv 2,11) e alla fine (Gv 20,30-31) la riflessione dell’evangelista che dice di aver scritto alcuni fra i tanti segni compiuto da Gesù perché il suo lettore possa credere.
Per comprendere l’episodio bisogna ricordare che cosa sia il vino nel mondo ebraico. Per tratteggiare la desolazione di una città distrutta dice: "Per le strade si lamentano, perché non c’è vino; ogni gioia è scomparsa, se ne è andata la letizia dalla terra" (Is 24,11). Il vino abbondante e buono, inoltre, veniva visto come anticipo del banchetto nel regno di Dio, dove il vino era raffinato e abbondante: "Preparerà il Signore degli eserciti per tutti i popoli, su questo monte, un banchetto di grasse vivande, un banchetto di vini eccellenti, di cibi succulenti, di vini raffinati" (Is 25,6). Il miracolo di Cana di Galilea, dunque, è un’esperienza concreta che anticipa la gioia del Regno futuro. Il miracolo, inoltre, viene presentato dall’evangelista come "l’inizio dei segni" (in greco: "arché ton seméion": il primo, l’archetipo, il modello dei segni). L’evangelista spiega il motivo. Dice che manifestò la sua gloria. Poiché la "gloria" è un aspetto limitato di Dio (infinito) che l’uomo (finito) può esperimentare nella storia, in ogni miracolo Gesù offre agli uomini l’esperienza di Dio che si prende cura dei suoi figli, che il Regno dei cieli non è una chimera, ma una realtà, che il Regno dei cieli si fa presente nella storia. La forza misteriosa che ha tramutato l’acqua in vino, viene invocata nella Colletta perché trasformi la Chiesa e essa stessa possa esperimentare "nella speranza le gioie delle nozze eterne".

Dimensione letteraria. L’inizio originale del brano ("Il terzo giorno vi fu una festa") è stato sostituito con il generico "In quel tempo". Questa modifica toglie al testo giovanneo la caratteristica di completare la settimana giovannea (Gv 1,19-28 = 1° giorno; Gv 1,29-34 = 2° giorno; Gv 1,35-42 = 3° giorno; Gv 1,43-51 = 4° giorno; Gv 2,1: 4°-5°-6° giorno; il 6° giorno è il giorno delle nozze di Cana). La Liturgia non vuole focalizzare l’attenzione su questa "settimana" che si conclude come quella della creazione con la comparsa della coppia umana. Vuole, invece, concentrare l’attenzione sull’inizio dell’apostolato di Gesù. Il miracolo di Cana è l’ "arché" (il primo, il modello esemplare) dei segni compiuti dal Maestro. Si tratta del primo dei sette segni narrati da Giovanni per introdurre il credente alla conoscenza dell’identità di Gesù.

Riflessione biblico-liturgica. Per un semita dire "Che c’è tra te e me, o donna?" (questo è il testo originale greco, reso con "Donna, che vuoi da me?") equivale a dire per un occidentale "C’è mai stato contrasto tra noi ?", oppure "E’ una cosa che non dovrebbe interessarci". La frase di Gesù a sua Madre non ha, dunque, niente di irriverente. Chiamare sua madre con il nome di "gyné", donna, è un modo nobilissimo e profetico: lei è la donna-madre che ai piedi della croce accoglierà, come figlia, la Chiesa di suo Figlio (Gv 19,26). Inoltre, lei è la "donna" annunciata misteriosamente nella "donna" di Gen 3,15: Da lei nascerà colui che schiaccerà la testa al serpente.

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