L'Editoriale
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Censura la guerra

Una guerra da fare ma non da raccontare: così la intende Putin che, da quando ha iniziato la sua “operazione militare” in Ucraina, ha dato un’ulteriore stretta a quella che, secondo la classifica della libertà di stampa nel mondo era già una situazione assai vigilata con la Russia al 150° posto sui 180 paesi monitorati. Lo confermano gli arresti dei manifestanti, come la sparzione dei giornalisti. L'emblema è la vicenda di Anna Politkovskaja: uccisa per aver denunciato le violenze sui civili da parte dei soldati russi in Cecenia.

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Censura la guerra

Una guerra da fare ma non da raccontare: così la intende Putin che, da quando ha iniziato la sua “operazione militare” in Ucraina, ha dato un’ulteriore stretta a quella che, secondo la classifica della libertà di stampa nel mondo (World Press Freedom Index) era già una situazione assai vigilata con la Russia al 150° posto sui 180 paesi monitorati. Una classifica che vede tra i paesi con maggior libertà espressiva, Norvegia, Finlandia, Svezia e Danimarca, mentre sono fanalino di coda la Cina (177 posto), l’Iran (174), la Siria (173), l’Egitto (166), la Libia (165), la Bielorussia (158), al Turchia (153), l’Afghanistan (122), l’Ucraina (97). L’Italia è 41a in classifica.

Non è per amor di categoria che si guarda a questo indice, quanto piuttosto per amor di verità, anche se è vero – come ha scritto un giornalista di guerra del peso di Domenico Quirico, sei mesi di sequestro in Siria quando era inviato per La Stampa – che un’unica verità non esiste, giornalisticamente parlando, e ogni parte in causa ha la sua verità da raccontare. Per questo l’obiettivo è quello di una “prosa onesta”, fondata sulla realtà vista, raccontata vivendo direttamente la situazione che si descrive, condividendo la sorte della popolazione colpita, scampando agli stessi attacchi, provando la stessa paura e la stessa disperata sete che tutto finisca. Pare che molti degli inviati, anche italiani, sul campo ucraino si stiano comportando così. E, complessivamente, sono già sei tra giornalisti e fotografi ad aver perso la vita raccontando il conflitto, altri risultano scomparsi da giorni.

E’ ben più difficile cercare prosa onesta sul campo opposto, dove il controllo su tutto e tutti è decisamente più ampio della libertà di movimento e di parola, tanto che perfino l’accesso al vocabolario è rigidamente regolato. Da un mese a questa parte, il solo nominare la parola guerra può costare il carcere al singolo e la chiusura del giornale che osi stamparla nero su bianco.

Lo sanno bene le migliaia di manifestanti che hanno provato prima con cori, poi con la semplice presenza o con un cartello bianco ad invocare la pace e che sono stati per questo arrestati e trattenuti.

Lo sanno bene i giornalisti che rischiano in prima persona: per dirla con le parole di Mattia Bagnoli, una carriera a Mosca come inviato dell’agenzia Ansa e autore del volume “Modello Putin”: “Chi esagera non la fa franca”. Il guaio è che ad esagerare agli occhi di certi poteri si fa presto.

Lo sa benissimo Dmitry Muratov, direttore de “Novaya Gazeta”, il più libero e critico dei giornali di Mosca, che avendo ricevuto un secondo ammonimento dal Comitato russo per la vigilanza, prima di veder chiudere per sempre la testata, il 28 marzo ha deciso di sospenderne le uscite “fino a conclusione della operazione militare speciale”. Qualcuno ha visto in questo la morte della libertà di stampa in Russia.

Dmitry Muratov e la “Novaya Gazeta” hanno una storia che merita d’essere conosciuta, su cui anche “La Civiltà Cattolica” si è di recente soffermata. Il giornale esce per la prima volta il 1° aprile del 1993, finanziato da un Premio Nobel per la Pace: Michael Gorbaciov, l’uomo della perestrojka (ristrutturazione) e della glasnost (trasparenza). Tra i suoi giornalisti c’era anche Anna Politkovskaja, uccisa il 15 ottobre 2006 nell’ascensore di casa. La colpa? Scomodissimi reportage dal fronte ceceno, nei quali denunciava i crimini commessi dai militari russi contro i civili. Una sorte condivisa: altri sei giornalisti della testata sono stati zittiti per sempre, dopo aver firmato articoli sulla corruzione di oligarchi, ministri, Eltsin e Putin compresi, dopo aver descritto le torture della polizia, le derive del nazionalismo estremista, la strage taciuta del Covid in Russia, fino alle recenti cronache delle città ucraine bombardate dai russi di Elena Kostiuchenko, coraggiosa erede della Politkovskaja. Per certo simili inchieste ora taceranno e i cittadini russi non avranno altra versione dei fatti se non quella dettata dal governo. L’episodio della giornalista televisiva Marina Ovsyannikova, che ha osato apparire durante il tg di prima sera col cartello “Vi stanno mentendo”, la dice lunga. I tg trasmettono a volte le stesse immagini dei nostri ma la versione dei fatti è opposta. Gli eccidi di Bucha sono stati indicati come “la situazione”.

Anche Muratov della “Novaya Gazeta” – Nobel per la pace il 15 ottobre 2021, premio ricevuto a nome dei suoi giornalisti uccisi - ha compiuto, volendolo giudicare con gli occhi di Mosca, un passo falso: in unità d’intenti con testata e la redazione ha donato la medaglia del Nobel ricevuto al Fondo ucraino per i rifugiati, aggiungendovi una lista di richieste: “fermare il fuoco di combattimento, scambiare i prigionieri, restituire i corpi dei morti, aprire corridoi umanitari, fornire assistenza, sostenere i rifugiati”.

Non è una storia lontana, è una storia emblematica. Quel che è importante capire è che in ballo non c’è solo una categoria, o un programma tv o un giornale da sfogliare sul tavolo: c’è molto di più. La posta in gioco, che vale per tutti, è la possibilità di sapere cosa sta accadendo nel mondo come in casa, cosa lo stato fa a chi vive fuori e a chi vive dentro. In ballo c’è la conoscenza: la conoscenza di quanto accade, dei fatti, della realtà delle cose. Solo così sé possibile sapere, comprendere e poi chiamare quanto accade col nome che meritta. E c’è allora da chiedersi: quale nome si merita uno stato che uccide dentro l’informazione e fuori le persone?

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