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Mons. Paul Hinder: Un vescovo svizzero vicario negli Emirati Arabi

"Nello Yemen è in atto una guerra tremenda. Lì non è possibile manifestare l’essere cristiani. Le quattro parrocchie prima esistenti sono state messe a riposo. Vi restano solo le suore di Madre Teresa di Calcutta, che stanno lavorando in modo straordinario"

Parole chiave: Islam (3), Vescovo (147), Yemen (2)
Mons. Paul Hinder: Un vescovo svizzero vicario negli Emirati Arabi

  aul Hinder è il vicario apostolico dell’Arabia meridionale (Emirati arabi uniti, Oman e Yemen). È un frate cappuccino di nazionalità svizzera, passato dai verdi prati alla sabbia del deserto: nel 2003 come vescovo ausiliario della penisola araba e dal 2005 come vicario apostolico. Due anni fa il vicariato è stato diviso in due parti: Arabia del Nord di cui è vescovo il vicentino Camillo Ballin e quella del Sud in cui si trova Hinder. Per certo è una delle voci più importanti nel dialogo con l’islam.
Nel volume "Vescovo d’Arabia" racconta la sua esperienza in quella terra e, all’interno di Pordenonelegge, si è concesso ad un incontro - intervista riservato ai giornalisti, che pubblichiamo ora.

Ci descrive la sua diocesi?
Io ho otto parrocchie, la nona è in costruzione con relativa chiesa. Ho un milione di fedeli, tanto che dal venerdì mattina alla domenica sera celebriamo 25 messe. Abbiamo circa 65 sacerdoti di diverse lingue e riti; per due terzi si tratta di cappuccini. Questo però negli Emirati Arabi.
E nello Yemen?
Nello Yemen è in atto una guerra tremenda. Lì non è possibile manifestare l’essere cristiani. Le quattro parrocchie prima esistenti sono state messe a riposo. Vi restano solo le suore di Madre Teresa di Calcutta, che stanno lavorando in modo straordinario.
In Arabia Saudita?
In Arabia Saudita, invece, non ci sono chiese ma c’è una religiosità sommersa che si conserva.
Chi sono i cristiani con cui ha a che fare?
Sembrerà strano ma i cristiani negli Emirati arabi vengono da tante parti del mondo, tranne che dagli Emirati. Vengono dall’India, dalle Filippine, dagli Usa, dall’Europa. Lo si capisce bene assistendo alla messa: tonache, veli, sari, un misto di fogge e colori. Vengono per ragioni di lavoro. Oggi nel Golfo si stimano due milioni e mezzo di cristiani presenti. Trecento mila sono nel nostro vicariato del sud.
Difficoltà incontrate?
Ho a che fare con tante realtà diverse. Il dress code a messa è una questione. O le gelosie se il vescovo sembra dare attenzioni maggiori a un gruppo piuttosto che a un altro. Il da fare non manca, anche perché noi due vicari apostolici nel Golfo siamo responsabili di tutti i cattolici, compresi quelli di rito orientale. Poi ci si deve misurare con le culture d’origine: è un mondo di migranti, qualcuno ha una moglie e ne vorrebbe un’altra, ad esempio.
I rapporti con le autorità?
Ho buoni rapporti. Anzi, se incontro qualche difficoltà, ad esempio burocratiche, mi rivolgo direttamente ai ministri.
Differenza con l’Arabia Saudita?
In Arabia Saudita vi è una interpretazione rigida dell’islam.
Nel libro scrive di celebrazioni nascoste.
In Arabia saudita, nelle case private abbiamo impartito sacramenti e celebrato messe. Tutto di nascosto. Ufficialmente erano feste di compleanno.
Negli Emirati oggi avete delle scuole e sono aperte a tutti?
Siamo obbligati a tenerle aperte a tutti. In una la maggioranza degli allievi è musulmana, ma ci sono anche indiani di religione indù.
Potete insegnarvi il catechismo?
Il catechismo ha tre tempi: uno per musulmani, uno per i cristiani e uno che chiamiamo "etico" per gli altri. Il catechismo in senso stretto si fa nella chiesa. Noi, tra venerdì e sabato, abbiamo attivi 1.400 catechisti per 30 mila bambini. Ci chiamano la parrocchia più grande.
Conversioni ce ne sono?
Non si possono accettare le eventuali domande di passaggio di religione dall’islam alla nostra. Ma dall’induismo sì e ne avvengono.
Fate proselitismo?
Verso gli islamici è proibito. Molti lavoratori da fuori rafforzano la loro fede: sono lontani da tutto e la parrocchia si fa come una casa. Abbiamo conversioni tra filippini e indù.
Lei ha scritto: preferisco un’Europa di moschee che di relativismo.
Premetto che io difendo la reciprocità, ma è vero che i mezzi per imporla sono limitati. Io sostengo questo: dire di no ad una moschea in Europa non farà avere una chiesa in più in Medio Oriente, dove non esiste la libertà religiosa in senso stretto. Da noi è relativamente libera la libertà di culto. E io giro vestivo da vescovo per la mia città che è Abu Dhabi, anche se ho la moschea a quindici metri dalla parrocchia.
Cosa fare per migliorare la situazione dei cristiani in Medio oriente?
Le rispondo con un aneddoto molto significativo. Anni fa ho incontrato un sultano in Oman. Ci raccontava che quando lui arrivò nel Regno Unito per gli studi universitari, la famiglia dove era alloggiato gli aveva riservato una stanza come moschea. Ne rimase colpito. Una volta diventato sultano ha così pensato di essere più liberale con chi è di religione diversa. Più la gente è dura più le barriere si fanno rigide; più siamo noi accoglienti più vinceremo le forme di integralismo e di paura.
C’è paura?
Io la paura la vedo in Europa, tra la gente. E la capisco anche. Ma la paura è una brutta consulente. Dobbiamo trovare il coraggio della nostra identità cristiana. Io vivo a contatto con altre fedi e ho imparato a stimarle per la fedeltà che hanno al loro credo. Poi è vero che c’è una reciproca ignoranza: ignoriamo gli uni degli altri gli spetti della religione, della vita religiosa e questo non aiuta il dialogo, anzi sedimenta pregiudizi e conduce su strade sbagliate.
Si parla tanto di dialogo tra religioni: dall’altra parte trova lo stesso interesse?
Lo vedo più nel contatto con la gente, tra le persone che non nei momenti ufficiali. Anche perché si dimentica che nel mondo musulmano non si sa bene chi rappresenta chi. A Vienna, a Roma il dialogo ha maggiori aperture che nel territorio dove mi trovo. Loro si sentono all’apice della perfezione della rivelazione. Ma questo non lo pensiamo anche noi?
Racconto un episodio: ad un incontro sul dialogo interreligioso gli islamici hanno distribuito un piccolo corano a tutti ma nemmeno una Bibbia. Un monologo più che un dialogo.
Ma al contempo ci sono segni positivi come il fatto che la mosche che sta a quindici metri da noi è stata intitolata "Maria Madre di Gesù moschea" ed è stato voluto per mostrare i tratti comuni tra religioni. Sono piccoli segni e sono grandi passi.
Simonetta Venturin

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