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Dalle Caritas Fvg: allarme povertà e minori

Ottomila persone. È questo il numero di coloro che in Friuli Venezia Giulia, per affrontare la propria condizione di fragilità economica e sociale, si sono appoggiati alla rete dei Centri di ascolto delle quattro Caritas diocesane nel 2018

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Dalle Caritas Fvg: allarme povertà e minori

Ottomila persone. È questo il numero di coloro che in Friuli Venezia Giulia, per affrontare la propria condizione di fragilità economica e sociale, si sono appoggiati alla rete dei Centri di ascolto delle quattro Caritas diocesane, capillarmente articolata su tutto il territorio. A raccontare in numeri e testimonianze questa realtà è il "Rapporto Povertà Caritas 2020" che, proprio attraverso i dati raccolti dal suo osservatorio privilegiato costituito dai Centri di Ascolto, cerca di tratteggiare i lineamenti del fenomeno.
L’obiettivo? Dare un contributo alla definizione di politiche sociali di supporto alle famiglie in difficoltà e ai minori che vivono e crescono in una situazione di deprivazione. Già, perché l’edizione 2020 del dossier si intitola "Non di solo pane" e accende i riflettori in modo particolare sul tema dei minori in povertà e del loro "diritto al futuro".
Nel dettaglio il 1° capitolo del Report Povertà Caritas 2019 analizza i dati rilevati durante l’anno 2018 all’interno dei Centri di Ascolto diocesani cittadini presenti a Pordenone, Gorizia, Udine e Trieste, e all’interno dei Centri di Ascolto parrocchiali e foraniali presenti nel territorio delle quattro Diocesi. Il 2° analizza i dati di una ricerca quantitativa realizzata durante l’autunno del 2019 sulla condizione di povertà delle famiglie con figli e sulla condizione dei minori presenti in questi nuclei familiari. Il 3° esplicita le evidenze emerse dall’analisi di 30 interviste semi-strutturate somministrate ad altrettante famiglie con figli, che vivono in condizione di povertà.

IL FOCUS SUI MINORI
"Il riferimento evangelico è chiaro - evidenziani i direttori delle Caritas diocesane Fvg - quando dice: "Non di solo pane vive l’uomo, ma di ogni parola". Questo non vuol significare "senza pane", ma che accanto ad esso devono esserci tutte quelle condizioni e opportunità che fanno emergere l’esistenza dalla precarietà, dalla disumanità, dalla lotta violenta per accaparrarsi l’essenziale e la sopravvivenza. Se non ci sono le condizioni minimali per crescere e sviluppare le potenzialità di ogni bambino, questi si trova ad essere come la piantina a cui mancano l’acqua e il sole. Per ben che vada crescerà asfittica e non produrrà mai frutti maturi e saporiti. Il risultato per la persona sarà quello di sopravvivere, di assuefarsi o adattarsi a una condizione mai del tutto umana e completamente assorbita dalla fatica di vivere di adattamento per rinuncia, di dipendenza infantile dagli altri o perennemente in conflitto violento con tutti. Una brutta prospettiva".

Chi si rivolge ai Centri di Ascolto?
Ma veniamo preliminarmente ai numeri generali, cercando di tracciare un identikit di chi si rivolge ai Centri di Ascolto.
A livello regionale si tratta in prevalenza di persone di genere maschile (51,3%) e nel 60,1% dei casi hanno cittadinanza straniera. Dal punto di vista anagrafico, invece, l’età è compresa tra i 31 e i 60 anni (67,2%), età media che si abbassa sul territorio della Diocesi di Udine e Pordenone perché c’è una maggior presenza di cittadini stranieri, in particolare richiedenti asilo che sono in prevalenza giovani uomini. Tale aspetto influisce anche sul genere e sulla cittadinanza degli utenti.

Uno su due è genitore
Sempre a livello regionale, il 47% di coloro che si sono rivolti ai Centri di Ascolto ha almeno un minore a carico, dunque una persona su due è un genitore. E proprio qui sta il cuore del rapporto, perché la povertà dei genitori implica di conseguenza la povertà dei figli. Da qui la decisione di approfondire i profili delle famiglie con figli minori a carico attraverso un questionario aggiuntivo somministrato nel periodo compreso tra il 15 ottobre e il 15 novembre 2019.
"Abbiamo svolto le interviste di persona - spiega la referente dell’Osservatorio sulle Povertà e le Risorse, Manuela Celotti -, entrando molto spesso nelle case di queste famiglie, ed è stato davvero toccante. Abbiamo raccolto le difficoltà di tali nuclei, la loro ansia nell’essere consapevoli che i propri figli non hanno le stesse opportunità degli altri.
E i problemi si moltiplicano laddove si è di fronte a famiglie monoparentali (nella stragrande maggioranza dei casi si tratta di madri) che si trovano ad affrontare più di altri la complessità della conciliazione tra cura e lavoro".

Le difficoltà quotidiane
"Abbiamo chiesto di considerare gli ultimi 12 mesi dal momento dell’intervista - spiega Celotti -, ebbene il 62% delle persone ha dichiarato di non aver potuto far fronte alle spese relative alle utenze domestiche e il 42% di aver trovato difficoltà ad onorare il canone di locazione o la rata del mutuo per l’acquisto dell’abitazione.
Che dire poi del 40% dei nuclei che ha dovuto fare rinunce sull’acquisto di alimenti? Il 27% non è riuscito a sostenere i costi per l’istruzione dei figli come, ad esempio, la mensa, l’acquisto dei libri di testo o del materiale di cancelleria.
Un quarto delle famiglie intervistate ha dovuto rinunciare a curarsi, perché non poteva garantire le risorse in denaro per spese mediche straordinarie". Tutte difficoltà che di certo la pandemia ha esacerbato, non a caso le quattro Caritas hanno già deciso di intervistare nuovamente tutti i nuclei per comprendere meglio le ricadute economiche del lock down su queste famiglie.

Le proposte
Che fare? Il report si chiude con una serie di considerazioni e proposte puntuali.
"Il Reddito di Cittadinanza, così come il Rei e la Mia in Friuli Venezia Giulia - continua Celotti -, sono misure di sostegno al reddito pensate per dare risposta ai bisogni di base come fare la spesa, pagare affitto e bollette. Per i bisogni "altri", più legati al concetto di povertà relativa (derivanti dal confronto con lo standard di vita medio del proprio contesto territoriale e sociale), il sistema di welfare non prevede, ad oggi, interventi strutturali. I desideri e le necessità che esprimono i bambini e i ragazzi che vivono in famiglie povere mettono in crisi questo assetto. Fare sport è necessario? Frequentare un corso di musica o di inglese extrascolastico, andare in gita insieme ai compagni di classe? Recentemente poi, abbiamo ad esempio toccato con mano cosa voglia dire possedere un tablet o uno smartphone per poter accedere alla didattica a distanza. E ancora, gli stimoli culturali derivanti dalle attività extrascolastiche, le occasioni di socializzazione, i viaggi all’estero, una buona alfabetizzazione informatica sono tutti elementi di rinforzo rispetto alla futura vita professionale e sociale, elementi che a questi bambini mancano".
In cima alla lista dei problemi da risolvere c’è quello della conciliazione tra compiti di cura e impegni di lavoro: nelle interviste si registra come laddove i Comuni hanno abbattuto i costi dei servizi per l’infanzia, i risultati ci sono. Dunque se gli interventi di questo tipo fossero generalizzati, sostenuti da risorse regionali, si garantirebbe la socialità ai bambini e si consentirebbe alle famiglie, soprattutto alle mamme, di affacciarsi sul mondo del lavoro. Lo stesso vale per i servizi scolastici a domanda individuale, dal doposcuola al sostegno all’apprendimento della lingua.
Tra le proposte c’è poi quella di investire direttamente sui minori, garantendo un budget alle famiglie in difficoltà specifico per le attività extrascolastiche affinché possano fare sport, frequentare un corso di danza o di una lingua straniera per costruirsi quelle competenze e socialità che tanto servono nella vita.

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