Commento al Vangelo
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Domenica 19 maggio, commento di don Renato De Zan

Il cristiano è chiamato ad amare come il Maestro

Parole chiave: Vangelo (55), Diocesi (93), De Zan (5)
Domenica 19 maggio, commento di don Renato De Zan

Gv 13,31-33a.34-35
Quando Giuda fu uscito dal cenacolo, Gesù disse: "Ora il Figlio dell’uomo è stato glorificato, e Dio è stato glorificato in lui. Se Dio è stato glorificato in lui, anche Dio lo glorificherà da parte sua e lo glorificherà subito. Figlioli, ancora per poco sono con voi. Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri. Come io ho amato voi, così amatevi anche voi gli uni gli altri. Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se avrete amore gli uni per gli altri".

Tematica biblico-liturgica
I grandi del passato hanno lasciato, spesso, una loro dottrina etica. L’hanno scritta direttamente loro o qualche discepolo (vedi il caso di Socrate, la cui dottrina viene trasmessa ai posteri da Platone). In ambito greco, Aristotele ci ha lasciato l’"Etica a Nicomaco" (era il nome del figlio), mentre in ambito latino, Seneca ci ha lasciato diverse opere, come le lettere a Lucilio o il "De vita beata", scritta per il fratello Gallione. Gesù non ha lasciato nessuna opera "etica". Ha lasciato, invece, una comunità vivente di uomini e donne che, praticando l’amore vissuto e insegnato dal loro Maestro, ne trasmettevano la dottrina.  Gesù invita i suoi discepoli, di ogni tempo e luogo, ad amare come Lui ha amato: "Come io ho amato voi, così amatevi anche voi gli uni gli altri". Da che mondo è mondo, però, nessuno può imporsi o imporre un sentimento che non ha. Nessuno può amare per comando e nessuno può farsi amare per comando perché il sentimento vero nasce gratuitamente nel cuore della persona. Gesù, dunque, non ha voluto "comandare" ai suoi discepoli un sentimento. Si comprende, infatti, benissimo che nessuno può avere un "sentimento" di amore verso i propri nemici ("Amate i vostri nemici e pregate per i vostri persecutori": Mt 6,44). Gesù, invece, invita i suoi discepoli ad essere "fedeli" all’umanità che c’è nelle persone, anche se con una certa frequenza le persone non sono fedeli alla loro umanità, ma la depauperano, la abbruttiscono e la tradiscono. Dio vede nell’umanità e nella spiritualità di ogni singola persona qualche cosa di preziosissimo. Per questo motivo Dio ama ogni singola persona a prescindere dalla sua santità o malvagità (Dio "fa sorgere il suo sole sui cattivi e sui buoni, e fa piovere sui giusti e sugli ingiusti"). L’amore proposto da Gesù è l’amore che Dio ha per noi e che noi riusciamo a esperimentare con atteggiamento di fede. Gesù, dunque, non propone un sentimento, ma propone una "scelta". L’amore proposto ai suoi discepoli dal Maestro non è "impossibile". Due sono i motivi. Il primo motivo si trova nelle stesse parole di Gesù: "Chiunque ascolta queste mie parole e le mette in pratica, è simile a un uomo saggio che ha costruito la sua casa sulla roccia" (Mt 7,24). Gesù, dunque, dà per scontato che le sue parole si possano mettere in pratica. Il secondo motivo, mai disgiunto dal primo, si trova nel fatto che i protagonisti della salvezza sono due, l’uomo e Dio e non l’uomo soltanto ("Chiesero: "Chi si potrà dunque salvare?". E Gesù, fissando su di loro lo sguardo, disse: "Questo è impossibile agli uomini, ma a Dio tutto è possibile""). Il momento particolare in cui Gesù propone il suo insegnamento è il momento in cui egli viene tradito. Nel tradimento, il tradito cerca di difendersi, prevenire, giocare d’anticipo per uscire fuori dalla situazione delicata. Gesù non fa tutto questo. Nel momento del tradimento afferma la sua glorificazione e nel momento della debolezza si pone come autorità che pronuncia un comando. Quello di Gesù è un modo di ragionare che non ha niente di strategico. I ragionamenti di Dio, infatti, non sono strategici secondo la logica umana. Sono, invece, portatori di verità e pieni di verità.

Dimensione letteraria
Il testo biblico originale di Gv 13,31-35 è leggermente diverso dal testo liturgico di Gv 13,31-33a.34-35. La prima duplice variante si trova nell’incipit. L’espressione originale, infatti, da sola creerebbe disorientamento del lettore-uditore (Quando fu uscito, Gesù disse:…). La Liturgia, giustamente, compie due ritocchi. Scioglie il pronome personale "egli" e pone il nome in chiaro, "Giuda". Poi aggiunge il luogo da dove Giuda è uscito: il cenacolo. Il risultato è il seguente: "Quando Giuda fu uscito dal cenacolo, Gesù disse:…". C’è, infine, un altro ritocco liturgico: il v. 33 viene parzialmente soppresso (Gv 13,33b: "Voi mi cercherete, ma come ho già detto ai Giudei, lo dico ora anche a voi: dove vado io voi non potete venire"). Ciò è dovuto al fatto che il teso è esegeticamente difficile e, secondo i "Praenotanda" dell’Ordo Lectionum Missae n. 76: "Quei testi biblici che sono particolarmente difficili sono stati evitati, per motivi pastorali, nelle domeniche e solennità o perché si tratta di testi che presentano problemi oggettivi di non lieve portata sul piano letterario, critico ed esegetico…".

Riflessione biblico-liturgica
a. Con il tradimento di Giuda inizia la glorificazione (passione-morte-resurrezione) che il Padre compie nei confronti del Figlio, che ha in ogni parola e azione ha manifestato l’amore del Padre per gli uomini.
b. Il comandamento dell’amore è da collocarsi dentro a questa logica. Il comandamento di Gesù, infatti, si lega perfettamente alla glorificazione del Figlio. Gesù dirà: "Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici (Gv 15,13).

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