Commento al Vangelo
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Domenica 14 marzo, commento di don Renato De Zan

"Il giudizio è questo: la luce è venuta nel mondo, ma gli uomini hanno amato più le tenebre che la luce, perché le loro opere erano malvagie"

Domenica 14 marzo, commento di don Renato De Zan

Gv 3,14-21
In quel tempo Gesù disse a Nicodemo: "14 E come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo, 15 perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna. 16 Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna. 17 Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui. 18 Chi crede in lui non è condannato; ma chi non crede è già stato condannato, perché non ha creduto nel nome dell’unigenito Figlio di Dio. 19 E il giudizio è questo: la luce è venuta nel mondo, ma gli uomini hanno amato più le tenebre che la luce, perché le loro opere erano malvagie. 20 Chiunque infatti fa il male, odia la luce, e non viene alla luce perché le sue opere non vengano riprovate. 21 Invece chi fa la verità viene verso la luce, perché appaia chiaramente che le sue opere sono state fatte in Dio".

Tematica liturgico-biblica
La quarta domenica di Quaresima prende il nome di "domenica Laetare" dall’antifona d’ingresso della Messa: "Rallegrati (in latino: Laetare), Gerusalemme,... Esultate e gioite, voi che eravate nella tristezza". Nell’alto Medio-Evo, i penitenti avevano confessato i loro peccati al vescovo e avevano ricevuto la penitenza il mercoledì delle ceneri. Con la quarta domenica di Quaresima il cammino di conversione era arrivato a metà e la Chiesa sospendeva per un giorno la loro penitenza. È il momento in cui il penitente abbraccia la serena fiducia della salvezza. Le parole del Maestro avvallano questo atteggiamento: "Come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo, perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna" (vangelo, Gv 3,14-21). In altre parole, quando l’uomo risponde alla Parola salvifica e gratuita di Dio con una fede operosa, con una opzione profonda e irrevocabile che diventa imitazione del Maestro, l’uomo riceve da Dio la salvezza. Diventa, perciò, altamente significativa l’affermazione della seconda lettura: "Per grazia infatti siete stati salvati mediante la fede" (seconda lettura, Ef 2,4-10). Gli ebrei si sono, invece, comportati in modo opposto, perché non hanno accolto la Parola di Dio: "Essi… disprezzarono le sue parole" (prima lettura, 2 Cr 36,14-16.19-23).
La Colletta generale chiede al Padre: "Concedi al popolo cristiano di affrettarsi con fede viva e generoso impegno verso la Pasqua ormai vicina". L’espressione "fede viva e generoso impegno" stanno ad indicare un binomio inscindibile: la fede - per natura sua - è operosa. Non si dimentichi che il battesimo rende il credente una sola cosa con Gesù perché il battesimo innesta l’uomo nel Cristo risorto (cf Rm 6,5: "innestati", tradotto in italiano "intimamente uniti"). La fede è fiducia in Gesù che salva ed è anche imitazione di Cristo: queste sono le "opere fatte in Dio".

Aspetto letterario
Il testo biblico del vangelo (Gv 3,14-21) inizia in questo modo: "E come Mosé innalzò il serpente…". È chiaro il legame con ciò che precede (Gv 3,4-15: la nascita dall’alto). La Liturgia toglie l’iniziale congiunzione "E" e la sostituisce con l’espressione: "In quel tempo Gesù disse a Nicodemo: "Come Mosè innalzò il serpente…"". L’unità letteraria di Gv 3,14-21 diventa autonoma e, a livello di teologia biblica dialoga con 1Cr 36,14-16.19-23. Mentre il vangelo sviluppa il tema della salvezza attraverso la fede operosa in Gesù e nella sua parola, per antitesi il libro delle Cronache mostra la mancanza di fede operosa perché gli ebrei di allora "disprezzarono" le parole di Dio e "schernirono" i suoi profeti".
Il brano di Gv 3,14-21 in qualche modo risponde alla domanda fatta da Nicodemo al Gv 3,9 ("Come può accadere questo ?"). Il paragone (Gv 3,14-15) e la riflessione successiva (Gv 3,16-18) sviluppano il tema della fede. La conclusione del paragone (v. 15) e della riflessione (v. 18) riprendono il verbo "credere" declinato come portatore di vita eterna e liberatore dalla condanna (viceversa chi non crede è già stato condannato). La riflessione finale sul giudizio (Gv 3,19-21) risente della teologia delle due vie: qui viene illustrata la via della luce che equivale a fare il bene secondo l’imitazione del Maestro.

Riflessione liturgico-biblica
a. Verso la fine dell’esodo gli Ebrei attuarono una delle tante loro mormorazioni. Dio li castigò mandando loro dei serpenti velenosi. L’episodio è descritto in Nm 21,4-9. Alla loro invocazione portata da Mosè a Dio, il Signore rispose facendo costruire il serpente di bronzo. La vittima era salva, se guardava verso il serpente di bronzo. Si ricordi che Giovanni evidenzia questo particolare perché nella teologia giovannea "guardare" equivale a "credere".
b. Fondandosi su questa citazione e sul doppio significato del verbo "innalzare" (essere ucciso in croce e essere glorificato) Gesù presenta la propria missione salvifico-redentiva. Difficile per la nostra cultura vedere un valore redentivo in tutto ciò che è umile, perdente, sofferente, povero, perdonante, inadeguato. Dio, però, ha un modo di pensare diverso, se dal legno della croce inizia la sua vittoria sulla morte.
c. "Fare la verità" è un’espressione biblica che significa "fare con lealtà", fare secondo ciò che si è e per ciò che si è chiamati ad essere. Il credente possiede la vita divina in sé. Le cose che fa sono fatte insieme con Dio, sono fatte "in Dio". L’azione fra chi crede e chi non crede è sociologicamente uguale, ma spiritualmente molto diversa.

Domenica 14 marzo, commento di don Renato De Zan
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