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Non c’è pace per la Terra Santa Le chiavi di lettura degli ultimi conflitti

Dall’instabilità politica al ruolo di Usa e Turchia. Preoccupa l’intolleranza interna

Non c’è pace per la Terra Santa Le chiavi di lettura degli ultimi conflitti

Cosa sta succedendo in Terra Santa? Come mai di punto in bianco nuovi scontri a Gerusalemme e lanci di razzi a Gaza? La questione si trascina almeno dal 1948 (ma anche prima) ed è lontana dall’essere risolta; inoltre è compresa dentro schemi ideologici o politici che non aiutano a comprendere le cose.
Perché arabi ed ebrei si scontrano tra di loro? Perché non riescono a trovare la modalità per una pacifica convivenza all’interno della stessa terra. Nel 1947, a seguito della Seconda Guerra Mondiale, una risoluzione dell’ONU prevedeva la nascita di due Stati indipendenti: Israele e Palestina, con confini ben definiti, e con Gerusalemme posta sotto controllo internazionale in modo da non essere inclusa in nessuno dei due; l’anno successivo, però, vide la luce solo lo Stato israeliano, mentre la maggior parte dei territori arabi fu annessa da Giordania ed Egitto e Gerusalemme si ritrovò divisa in due: la zona ovest dentro Israele e la zona est sotto l’amministrazione giordana. Da allora la situazione è molto cambiata, è stato versato molto sangue in guerre e attentati, i confini di Israele si sono allargati, Gerusalemme nel 1967 è passata interamente sotto il controllo ebraico, mentre Giordania ed Egitto negli anni ’90 hanno rinunciato alla loro sovranità sui territori palestinesi a favore di un’amministrazione provvisoria autonoma: l’ANP (Autorità Nazionale Palestinese). Questi sviluppi successivi sono avvenuti molto spesso senza legittimazione internazionale e i problemi hanno continuato a trascinarsi senza un accordo di pace definitivo che li affrontasse uno ad uno. La tensione resta latente e, nonostante di fatto non ci sia una guerra (chi ha visitato la Terra Santa sa che ci si può muovere con la massima sicurezza), tuttavia basta qualche miccia per innescare qua e là un focolaio di violenza.
Perché ciò è avvenuto proprio ora? Per l’intrecciarsi di una serie di concause che hanno creato una miscela esplosiva.
Un’occasione per creare scontri nella Spianata delle Moschee sono sempre le feste, e nell’ultimo mese i mussulmani hanno celebrato il mese sacro del Ramadan e gli ebrei la festa di Shavuot (corrispondente alla nostra Pentecoste). Inoltre lunedì 10 ricorreva lo Yom Yerushalaim, cioè il Giorno di Gerusalemme, in cui gli israeliani ricordano l’anniversario della guerra dei Sei Giorni del 1967, nella quale Gerusalemme Est passò sotto il controllo di Israele: ogni anno in tale ricorrenza si svolge una marcia dei coloni ebrei nel quartiere arabo della Città Vecchia di Gerusalemme, tutto lasciava prevedere che quest’anno avrebbe causato forti rischi ed è stata annullata all’ultimo minuto.
In queste ultime settimane la Corte suprema di Israele sta analizzando la questione dello sfratto di alcune famiglie palestinesi nel quartiere di Sheik Jarrah a Gerusalemme Est: si tratta di case che prima del 1948 appartenevano ad ebrei, che le abbandonarono quando si spostarono nella zona ovest al momento della divisione della città.
Israele è privo di stabilità politica dal dicembre 2018, quando si ruppe l’alleanza di governo guidata da Benjamin Netanyahu; da allora si sono svolte per quattro volte le elezioni parlamentari, le ultime nello scorso 23 marzo, e non si è finora trovato un accordo tra i partiti per formare una maggioranza solida e superare uno stallo inedito nella storia della giovane repubblica.
Parallelamente lo scenario politico si è recentemente aggravato anche in Palestina, dove non si vota addirittura dal 2006 e dove è fortissima la contrapposizione tra Fatah, il partito del presidente Abu Mazen ed erede dell’indimenticato Yasser Arafat, e Hamas, fazione che sostiene la lotta armata e che è maggioritaria tra la popolazione della Striscia di Gaza; nuove elezioni erano previste nel maggio di quest’anno, ma Abu Mazen ha deciso di rinviarle con il pretesto che Israele non avrebbe permesso di votare ai palestinesi residenti a Gerusalemme Est (divieto smentito da Israele), e in realtà per non dover affrontare una cocente sconfitta elettorale per Fatah. Ciò ha suscitato manifestazioni di protesta e la reazione dura di Hamas, che considera Fatah un partito delegittimato per le numerose accuse di corruzione ai suoi membri.
La situazione internazionale non aiuta: il neoeletto presidente americano Biden non sembra interessato al Medio Oriente, l’Egitto sostiene più volentieri Israele che Hamas, il re giordano ha dovuto affrontare un tentativo interno di colpo di Stato, i Paesi arabi sono terreno di scontro tra le varie potenze sunnite (Arabia Saudita, Qatar, Emirati) e sciite (Iran), la Turchia di Erdogan fa di tutto per mettersi a capo di un risorgimento musulmano e sfrutta ogni occasione per presentarsi come leader regionale rifiutando ogni intervento occidentale.
La scintilla. Quando la polizia israeliana è intervenuta per regolamentare le celebrazioni degli ultimi giorni di Ramadan, ufficialmente per evitare assembramenti a causa del Covid-19, si è accesa la miccia che ha fatto precipitare la situazione.
Il decorso. Impossibile prevedere l’evolversi degli eventi. In questi giorni a Gerusalemme regna una calma irreale, dovuta alla paura e all’attesa di ciò che accadrà più che ad una reale pacificazione degli animi. Lo scontro, originato sul Monte del Tempio, si è spostato a Gaza, dove le continue schermaglie tra lanciarazzi palestinesi ed esercito israeliano stanno lasciando i loro residui di lutti e di macerie. Hamas sembra avere un arsenale più potente rispetto al confronto armato precedente, avvenuto nell’estate 2014, e quindi potrebbe resistere per un tempo più prolungato rispetto alle solite poche settimane di scontri. Un intervento militare via terra contro Gaza da parte dell’esercito israeliano non sembra al momento probabile, poiché richiede una preparazione e un’organizzazione molto elaborati ed espone Israele al rischio di avere perdite umane o militari catturati, che poi diventano merce di scambio e di ricatto nelle mani dei palestinesi.
La vera preoccupante novità sono gli atti di intolleranza reciproca tra ebrei e arabi nelle città israeliane dove le due comunità convivono da decenni: quello che sembrava un modello di dialogo e integrazione mostra ora i segni di una rabbia covata nel silenzio. Il problema è educativo: molti giovani all’interno dei due popoli provano rancore reciproco e si detestano; per anni è stata coltivata una "politica del disprezzo" (lo dice il patriarca latino, mons. Pizzaballa) che sta creando distanza, sospetto e arroganza contro chi appartiene all’altro popolo. Ci sono certamente segnali di pace e di pacifica convivenza; ma compaiono sempre più le manifestazioni di intolleranza, fino a negare la legittimità stessa della presenza dell’altro nello stesso territorio. Quando i razzi smetteranno e quando la fine delle feste ebraiche e musulmane riporterà Gerusalemme alla normale quotidianità, bisognerà affrontare le sfide che nascono dalle ferite presenti nei rapporti tra le due parti in causa e impegnarsi per promuovere la convivenza e la legittimità ad esistere di arabi ed ebrei nella stessa terra comune.

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