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Vittorio Filippi: le tre cause per cui calano i matrimoni

Il matrimonio non è più una tappa di avvio della vita come era un tempo, ma una tappa di arrivo. Non segna l’ingresso nell’età adulta.

Parole chiave: Matrimoni Religiosi (1), Convivenze (1), Giovani (25), Crisi (2)
Vittorio Filippi: le tre cause per cui calano i matrimoni

  atrimoni in calo: civili e ancor più religiosi. Coppie che si uniscono e poi si disuniscono in un fluire costante e non senza strascichi. Che cos’è il matrimonio per la società di oggi e chi si sposa ancora? Ne parliamo con il sociologo Vittorio Filippi, docente di Sociologia allo Iusve (Istituzio universitario salesiano di Venezia).

Matrimoni: i dati sono impietosi. Che succede?
Il segno meno davanti al numero dei matrimoni ha tre cause precise.
La prima è di origine matematica. I matrimoni calano perché sono numericamente calati i giovani. E’ una ragione demografica, fisiologica. I meno matrimoni di oggi saranno però i meno divorzi di domani. Le cifre sono legate e destinate a diminuire insieme per la forza dei numeri.
La seconda causa non è demografica ma culturale. L’amore oggi è inteso come bastevole. E’ autosufficiente. Non serve un riconoscimento giuridico nè sacramentale per amarsi e comportarsi da coppia: due persone che si amano vivono insieme, fanno dei figli. Hanno già tutto: sentono che non serve altro.
La terza causa è istituzionale. Ricordo un bel libro di don Armando Matteo, "La prima generazione incredula". Ebbene, se i giovani sono increduli non possiamo pretendere da loro un matrimonio religioso. Non sono legati all’istituzione Chiesa.
Chi si sposa oggi?
Sempre in numero minore si arriva al matrimonio e a quello concordatario in specie. In Veneto, ad esempio, dai primi anni ’90 ad oggi le cose sono molto cambiate. I concordatari sono scesi al 40% circa dei matrimoni. Il matrimonio rispecchia il credere della persona, della società. Ed è un dato di fatto che negli anni ’50 i cattolici erano la maggioranza, oggi sono la minoranza. E dunque chi arriva alle nozze in chiesa? Me lo dicono i parroci che curano la formazione al matrimonio: coppie più adulte, che spesso vivono già insieme e non di rado hanno già sperimentato la genitorialità.
Una scelta matura?
Una scelta che evidenzia quanto il matrimonio non sia più una tappa di avvio della vita come era un tempo, ma una tappa di arrivo. Non segna l’ingresso nell’età adulta.
L’altro lato della medaglia: meno matrimoni più single. Cosa significa?
Due cose, due aspetti che delineano la fragilità giovanile.
Il primo aspetto: il culto della libertà come una scelta di reversibilità. Ovvero: la libertà diventa un lasciare sempre la porta socchiusa, avere una via aperta per una libertà mai chiusa fuori e sempre accessibile. Allora il vivere a due, la convivenza, ha una fine sempre possibile. Il matrimonio invece, per definizione e natura, è un per sempre, un’unione senza termine.
Il secondo: il narcisismo che mette al centro l’io. Il matrimonio invece non mette al centro l’io. Dovrebbero essere due "io" che arrivano ad un "noi" (sia pur mantenendo l’io altrimenti diventa patologico).
Oggi l’io trionfa: quante volte si sente dire "Io sono fatto così", "Io mi sento che…" e questo basta a giustificare qualsiasi cosa. E di fronte a questo "io" come si può vivere in coppia? Per uno che dice "io" ci deve essere un’altra che si adegua e viceversa.
Pesa di più la paura del per sempre o scegliere una persona?
Credo che sia un "e" "e", non un "o" "o". Pesano entrambi. Il per sempre fa paura perché noi oggi abbiamo la cultura della reversibilità. La nostra è del resto la civiltà della novità, abbiamo la cultura della novità. Viene dal marketing: ogni novità, ogni cosa nuova è migliore della precedente. E questo vale anche per la coppia. Per quanto riguarda la singola persona su cui far ricadere la scelta, si tratta della rinuncia al principio freudiano del piacere che comunque parte da me. Io sono al centro, io ne sono il metro. Ma mi preme aggiungere un altro aspetto.
Sì, certo. Quale?
Mi piacerebbe sottolineare che l’altro è un mistero. Neanche dopo 30 anni posso dire "Di lui conosco tutto ormai". Se accade è un guaio. Perché l’altro è altro, diverso da me. Io non so mai tutto, ma questo è il bello: la possibilità della continua scoperta del mistero che l’altra persona è. Ma questo richiede impegno.
Ovvero?
Per far durare l’amore servono due cose: l’amore, innanzitutto; ma anche capire subito che l’amore non è a costo zero. Io devo investire sull’altro. L’amore è fatto di piccole e grandi cose, attenzioni. Ed è soprattutto un canale di futuro: è aperto all’ampio, al senza tempo.
I dati vedono il matrimonio religioso soffrire più di quello civile.
Non ne farei tanto una questione di matrimonio religioso o civile. Oggi è proprio il rapporto di coppia ad essere difficile, faticoso e soprattutto fragile. Lo dice un aspetto che contraddistingue questi nostri giorni: la violenza sulle donne. Non è che la punta dell’iceberg di un fenomeno in atto. La coppia è in crisi. C’è la difficoltà maschile ad accettare l’alterità e la libertà della donna.
Dov’è l’errore? Che fare?
Non mi stanco mai di sottolineare l’importanza dell’ educazione alla affettività. Non alla sessualità, che ne è un sottoinsieme. L’affettività ce l’abbiamo tutti, è potentissima, ma è difficile da maneggiare. La diamo per scontata. Invece è come per l’appetito: non abbiamo bisogno che nessuno ce lo insegni: lo percepiamo. Però abbiamo bisogno che qualcuno ci insegni a mangiare: ci sono regole, saperi, quantità e qualità.
Come si insegna l’affettività?
Torniamo a quel "Conosci te stesso" così caro ai greci. Bisogna partire da sé non dalla coppia. Bisogna prima capirsi, comprendersi, conoscersi: partire dal proprio io per poi giungere all’altro. C’è un detto di Stendhal: "L’amore non è cieco, ma visionario". Che sia cieco poi non è vero, anzi è molto selettivo. Ma la frase indica che l’amore deve contemplare la dimensione del futuro, deve conoscere la direzione, la prospettiva, la traiettoria. Invece ora lo si lega all’oggi, al qui e adesso. Ha un tempo e pertanto non è, non riesce ad essere, senza tempo, quindi per sempre.
Simonetta Venturin

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