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Il missionario nel Far West

L'amico degli Indiani chiusi nelle riserve

Il missionario nel Far West

E’ in libreria una pubblicazione su padre J. De Smet, il gesuita che conobbe Toro seduto. Le cose andarono come sappiamo. Ma se fossero andate diversamente? Immaginiamo un altro verosimile svolgimento dei fatti... Altro scenario. Siamo a Roma, settembre 1870. L’artiglieria dell’esercito Sabaudo ha fatto il suo dovere. Le trombe del Generale Lamarmora suonano la carica quando... "Pe-re-pe-re-pe... arrivano i nostri!". Sono indiani, accorsi dalle praterie americane in difesa del Papa. Quel giorno arrivarono alcune lettere da parte dei Pellerossa d’America che volevano essere vicini a Pio IX e si dicevano pronti ad accorrere in sua difesa.
In quegli anni molti indiani d’America si convertirono al cristianeisimo, ma sempre in quegli anni gli indigeni venivano sistematicamente sterninati e i Pellerossa rimasero solo negli album di fumetti e nei film western.
Un genocidio tra i meno noti della storia, raccontato in un libretto, non ampio ma denso di fatti documentati dal giornalista forlivese, Paolo Poponassi, che da anni si occupa della storia della Compagnia di Gesù in America. Esso ci fa una sintesi delle sue ricerche riguardo la quasi sconosciuta epopea degli "abiti neri", come chiamavano appunto i Pellerossa in un’area del Nord America di antica colonizzazione in parte francese nella seconda metà dell’Ottocento. Scorrendo questa ricerca ci si accorge che per noi italiani quegli avvenimenti sono parte della nostra storia patria. Molti infatti furono i gesuiti italiani che si impegnarono in una missione tra i nativi del Nord America che iniziò nella primavera del 1841, nella sterminata, bella ma impervia e inospitale, area delle Montagne rocciose e riguardò etnie come i "Teste piatte", i "Nasi forati", i "Coeur d’Aleme", i "Kalispell". La prima vera e propria missione in area indiana fu quella di Saint Mary, nel Montana, così chiamata in onore della Vergine e di una ragazzina indiana di tredici anni che era morta in quel luogo e che, battezzata dai già cattolici irochesi, aveva assunto il nome di Maria, e morendo aveva misteriosamente previsto che il quel luogo sarebbe sorta una missione.
Noi li chiamiamo "pellerossa" secondo l’uso dei coloni americani che defivano redskins quella gente abituata a dipingersi il corpo d’ocra quando scendeva sul sentiero di guerra, ma i missionari li chiamavano Indios redskins che traduce alla lettera il termine indios applicato fin dal Cinquecento dagli spagnoli a coloro che con espressione politically correct dovrebbero essere detti i nativi americani. Convertiti a varie confessioni riformate ma anche ingannati da patti che il governo stipulava con loro che venivano regolarmente disattesi, devastati dalla diffusione dell’alcol, dalle malattie contagiose e diffuse a bella posta (celebri le coperte contagiate dal bacillo del vaiolo) i nativi americani avevano da tempo già iniziato la loro via crucis che li avrebbe condotti alla semi sparizione e al confinamento in poche riserve.
Ma la Chiesa cattolica d’America aveva stabilito fin dal Sinodo plenario di Baltimora del 1833 che la conversione e l’evangelizzazione nonché la cura animarum degl indiani fosse affidata alla Compagnia di Gesù che era già piuttosto forte in Canada e presente nel Missouri. La guida fu affidata al padre fiammingo, Pierre Jean De Smet, il quale era già entrato in contatto con i Teste piatte, nemici dei Piedi neri, già in contatto con dei missionari protestanti ma non troppo soddisfatti dell’aproccio. Gli indiani della zona preferirono "gli abiti neri", De Smet avrebbe avuto modo d’incontrare i leggendari capi indiani come Toro Seduto e Cavallo Pazzo. La missione comprendeva, oltre a De Smett, il vandeano Nicolas Point, l’alaziano Joseph Specht, i belgi William Chaessens Charles Huet e l’italiano Meneghini che sarebbe diventato linguista esperto negli indiani degli americani nativi.
Il titolo Mission che Poponessi ha scelto per il suo saggio si ispira liberamente al celebre film  dedicato alle reducciones del Guaranì, soppresse nel Settecento dal governo poprtoghese e guidate dall’illuminista marchese di Pombal, difensore degli interessi degli schiavisti nella regione di San Paolo; quelle eductions fraintese e calunniate da personaggi come Voltaire e il nostro Alberto Moravia che, come sappiamo, sui gesuiti avevano un sacco di pregiudizi. Che volete farci, anche grandi personaggi sono strabici per partito preso.

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