Commento al Vangelo
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Domenica 19 gennaio, commento di don Renato De Zan

Giovanni, vedendo Gesù venire verso di lui, disse: "Ecco l’agnello di Dio, colui che toglie il peccato del mondo!

Parole chiave: Diocesi (151), Vangelo (93), De Zan (26)
Domenica 19 gennaio, commento di don Renato De Zan

Gv 1,29-34
In quel tempo, Giovanni, vedendo Gesù venire verso di lui, disse: "Ecco l’agnello di Dio, colui che toglie il peccato del mondo! Egli è colui del quale ho detto: "Dopo di me viene un uomo che è avanti a me, perché era prima di me". Io non lo conoscevo, ma sono venuto a battezzare nell’acqua, perché egli fosse manifestato a Israele". Giovanni testimoniò dicendo: "Ho contemplato lo Spirito discendere come una colomba dal cielo e rimanere su di lui. Io non lo conoscevo, ma proprio colui che mi ha inviato a battezzare nell’acqua mi disse: "Colui sul quale vedrai discendere e rimanere lo Spirito, è lui che battezza nello Spirito Santo". E io ho visto e ho testimoniato che questi è il Figlio di Dio".

Tematica liturgica
Nel primo secolo, il pensiero apocalittico ebraico aveva formulato una immagine interessante: il male, rappresentato da bestie selvagge e da mostri, veniva sconfitto dal bene, rappresentato da un agnello. Non è, perciò difficile capire l’effetto delle parole del Battista. Egli chiama Gesù "l’agnello di Dio". I presenti hanno capito subito che Gesù rappresentava il bene. Questo è il primo stadio di comprensione delle parole di Giovanni. Ma nelle sue parole c’era molto di più.
Sappiamo che il sangue dell’agnello pasquale, posto sugli stipiti delle porte delle case, aveva salvato in Egitto la vita dei primogeniti ebrei dalla morte. Sugli stipiti delle case egiziane non c’era il sangue dell’agnello e i loro primogeniti morirono. Gesù, dunque, viene indicato dal Battista anche come "agnello pasquale". Non a caso l’evangelista Giovanni sottolinea il fatto che Gesù muore mentre venivano sacrificati nel tempio gli agnellini pasquali che sarebbero stati consumati alla sera del venerdì come cena della Pasqua ebraica di quell’anno (Gv 18,28;19,14.31).
C’è un altro agnello al quale è affidato il compito di togliere il peccato. Si tratta dell’agnello dello Yom Kippùr (giorno della purificazione o dell’espiazione). Mentre i peccati del popolo venivano caricati sul capro di Azazel, portato poi a morire con tutti i peccati nel deserto, il sangue dell’agnello, versato sul kaporet (in greco ilastèrion) che è il coperchio d’oro dell’arca dell’alleanza, espiava davanti a Dio i peccati del popolo. Paolo, riportando un antichissimo frammento di inno cristiani, dice che Gesù è contemporaneamente l’ilastèrion e il sangue del nuovo giorno dell’espiazione (cf Rm 3,25: "È lui che Dio ha stabilito apertamente come strumento di espiazione (in greco: ilastèrion), per mezzo della fede, nel suo sangue, a manifestazione della sua giustizia per la remissione dei peccati passati").
Infine non va tralasciato l’accostamento che la Liturgia fa tra il vangelo (Gv 1,29-34) e la prima lettura (Is 49,3.5-6). Si tratta di una parte del secondo carme del Servo di Yhwh. In aramaico la parola "talyà" significa contemporaneamente sia "agnello" sia "servo". Molti esegeti - e Liturgia compresa - pensano che il Battista, parlando aramaico, abbia chiamato Gesù "talyà di Dio", giocando sul doppio significato: Agnello-Servo. Questa equivalenza si trova anche in Is 53,7, quarto carme del Servo, dove il Servo è equiparato ad un agnello: "Era come agnello condotto al macello". Gesù, dunque, è l’agnello che vince il male (teologia apocalittica), è l’agnello pasquale (che dona la vita), è l’agnello dello Yom Kippùr che perdona i peccasti ed è il Servo di Yhwh che espia tutti i peccati degli uomini.

Dimensione letteraria
L’espressione biblica "Il giorno dopo" con cui inizia Gv 1,29-34 colloca il brano dentro la "settimana giovannea", ", sottintesa dall’espressione "il giorno dopo" (Gv 1,29,35,43; 2,1). La Liturgia cancella questo incipit e colloca il classico "in quel tempo", isolando l’episodio da tutto il contesto e dando al brano una sua autonomia teologica.
La pericope di Gv 1,29-34 è stata redatta dallo scrittore sacro in modo elaborato, impostandolo in modo concentrico. La delimitazione estrema è data dall’inclusione formata dal verbo "vedere" (Gv 1,29 = "Giovanni, vedendo Gesù venire verso di lui…" // Gv 1,34 = "E io ho visto e ho testimoniato…"). All’interno del testo nel segmento [a] troviamo gli elementi "vedendo + io non lo conoscevo + rese testimonianza"; nel segmento [b] c’è la descrizione della visione, espressa dagli elementi "ho visto lo Spirito scendere….e posarsi"; Nel terzo segmento [a’] troviamo gli stessi elementi presenti nel primo "io non lo conoscevo + ho contemplato/vedrai + ho reso testimonianza". Il brano, dunque, redatto in modo raffinato e ricco sotto il profilo teologico, ha lo schema a - b - a’ ed evidenzia il dono dello Spirito su Gesù, quale segno e garanzia del suo messianismo.

Riflessione biblico-liturgica
Dopo il peccato dell’umanità primordiale, il Signore aveva detto: "Il mio spirito non resterà sempre nell’uomo, perché egli è carne…." (Gen 6,3). Con Gesù lo Spirito riprende a stare con l’umanità e in modo definitivo: prima scende e resta in Gesù, il quale, morendo, lo trasmetterà alla sua Chiesa. Come lo Spirito ha risuscitato Gesù dai morti, così lo Spirito risusciterà ogni credente.
b. Il Battista incontra Gesù attraverso l’esperienza del vedere (inclusione di Gv 1,29-34). L’esperienza è guidata da Dio ("Chi mi ha inviato a battezzare con acqua mi aveva detto: L’uomo sul quale vedrai scendere e rimanere lo Spirito è colui che battezza in Spirito Santo"). Vedere la realtà con l’occhio della fede fa scoprire le tracce di Dio nella realtà e offre al credente la possibilità di valutare ciò che accade con la profondità del profeta.

Domenica 19 gennaio, commento di don Renato De Zan
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