L'Editoriale
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Per colmare il debito

Dopo la crisi sanitaria c’è quella economica. La barca Italia, già infragilita dalla crisi del 2008, è stata ed è ben squassata dalla tempesta della pandemia. E se anche ora Mattarella ha chiamato al timone il capitano più competente che si potesse trovare, non basta una sola persona a salvare nazione, imprese, famiglie vista la situazione tutt’altro che rosea.

Per colmare il debito

Dopo la crisi sanitaria c’è quella economica: nessuna trova risposte in casa. Alla prima servono i vaccini da importare, alla seconda le risorse Made in Europa, targate New Generation Ue il piano da 750 miliardi che l’Unione ha messo a disposizione dei suoi paesi membri. Per l’Italia i fondi assommano a 209 miliardi: 82 in sovvenzioni e 127 in prestiti, che come tali andranno restituiti. Ma per fare di questa opportunità oggi - e debito domani - un’autostrada su cui far correre veloce il rilancio del paese servono idee chiare e progetti concreti. L’Italia ne ha un gran bisogno.
Un bisogno che i numeri mettono nero su bianco molto chiaramente e almeno da due diverse prospettive.
Esterna la prima: la mole di denaro che l’Europa ha concesso all’Italia è esorbitante. Ben diverse sono infatti le cifre destinate agli altri paesi. Ai nostri antipodi sta la Germania che riceverà solo 27 miliardi di euro, quindi - risalendo al contrario la classifica - il Portogallo con 31, la Grecia con 32, la Romania con 35, la Francia con 41. Seconda a noi la Spagna con 162 miliardi, terza la Polonia che scende però a 71. Va tenuto anche presente che questi paesi restituiranno in maniera variabile il ricevuto: l’Italia, dato che è uno dei paesi più grandi, sarà anche uno dei maggiori contribuenti, partecipando per circa il 17 per cento alla restituzione dei 390 miliardi che gli investitori europei hanno messo sul piatto al fine di costituire il super fondo per la rinascita post Covid dell’Unione. Tanto potremo avere - a fronte di autentici progetti di rilancio e non opere di assistenzialismo - e tanto ci verrà chiesto.
Ma la barca Italia, già infragilita dalla crisi del 2008, è stata ed è ben squassata dalla tempesta della pandemia. E se anche ora Mattarella ha chiamato al timone il capitano più competente che si potesse trovare, non basta una sola persona a salvare nazione, imprese, famiglie vista la situazione tutt’altro che rosea.
E qui veniamo alla seconda prospettiva, tutta interna, dalla quale è evidente la crisi italiana. La scorsa settimana sono stati resi noti gli ultimi dati Istat: interessanti e tragici. Dicono di 444mila posti di lavoro persi rispetto a dicembre 2019; 101mila nell’ultimo mese. A pagare il conto più alto sono stati donne e giovani, ovvero coloro che hanno lavori a tempo determinato, a chiamata, precari; coloro che più spesso trovano un’occupazione nella ristorazione, nel turismo stagionale, nel commercio. Tutti settori che il Covid ha ridotto all’immobilismo o suppergiù. Dei 444mila che hanno perso il posto le donne sono il 72,3 per cento (312mila), mentre il tasso di disoccupazione giovanile è risalito al 30 per cento (29,7), cosa che ci mette agli ultimi posti nell’area euro. Non se la cavano bene neppure gli autonomi: ogni cinque posti di lavoro persi, quattro appartengono alla categoria.
Se questi sono i numeri, è ovvio che le imprese soffrono: il 29 per cento rischia di chiudere. E, secondo i dati di Unioncamere, rispetto al 2018 in Fvg hanno chiuso i battenti 1.407 imprese (224 nel pordenonese), mentre il Pil regionale segna un -9,3 per cento.
C’è dunque da darsi da fare e presto, considerato che la scadenza per la presentazione del nostro PNRR (Piano nazionale di ripresa e resilienza) è il 30 aprile. E con lo stallo dell’ultimo mese, figlio della crisi politica, ci sarà da correre, quasi volare.

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