L'Editoriale
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La lezione di Liliana

Liliana Segre ha sfilato per Milano scortata da seicento sindaci solidali contro gli odiatori da tastiera che ogni giorno la insultano. Molti comuni l'hanno nominata cittadina onoraria, altri hanno sonoramente bocciato la proposta. Per gli attacchi antisemiti a quasi 90 anni le è stata data la scorta. E cosa ha detto Liliana Segre prendendo la parola? ha parlato di "amore". Una lezione difficile da eguagliare

Parole chiave: Liliana Segre (2), Odio (1), Sindaci (1), Shoah (6)
La lezione di Liliana

  Se c’è una stella che può illuminare il cammino che inizia col nuovo anno è proprio lei, Liliana Segre. Vale per il 2020, che bussa alle nostre porte, come per gli anni che seguiranno a motivo dei valori e delle parole che la senatrice ha comunicato con la sua vita, silenziosa per quasi mezzo secolo e poi, fatto comune ai sopravvissuti, impegnata nella pacata ma ferma testimonianza di quanto è stato e che non deve tornare più: parola indifferenza compresa. Quello "sguardo altrove" che la Segre ha indicato come il male dei mali, perché è facile macchiarsene senza sentirne il peso, anzi vivendo la serenità che viene dal non aver compiuto alcun atto violento o estremo.
Se il Time ha messo in copertina Greta Thumberg, noi potremmo ergere a personaggio italiano 2019 proprio la senatrice Segre. Lei che spesso ha meritato l’attenzione della cronaca, anche se in maniera poco degna per il Paese che si onora di averla cittadina.
Nei mesi scorsi, infatti, sono successe molte cose legate al suo nome. Prima la denuncia della Segre stessa dei duecento insulti quotidiani che nel nome dell’odio antisemita da tempo riceve. Quindi la scorta assegnatale dal Prefetto di Milano. Poi la Commissione contro l’odio che, per sua stessa iniziativa, il Senato ha istituito, sia pure con l’astensione al voto della destra. Infine, tutte le discussioni che in tanti comuni italiani - compresi alcuni del nostro territorio - hanno animato dibattiti, ricevuto plausi e anche sonori rifiuti attorno alla questione della cittadinanza onoraria da concedere, o meno, a colei che il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha voluto senatrice a vita nel gennaio del 2018, ottant’anni dopo le leggi razziali che la portarono, tredicenne, ad Auschwitz Birkenau.
Un’esperienza che la segnò fisicamente, per le malattie che ne hanno condizionato la vita, quanto psicologicamente in maniera tanto grave quanto poco divulgata e che ora si può leggere nella biografia ricostruita insieme a Enrico Mentana ("La memoria rende liberi", Bur).
La vicenda degli ultimi mesi del 2019 attorno alla senatrice Segre - che è paradossale ma emblematica per alcuni, solo una strumentalizzazione per altri - ha raggiunto il suo culmine in una marcia di inizio dicembre, nella quale la Segre, scortata da seicento sindaci d’Italia, ha sfilato per le vie di Milano. Non poteva esserci coronamento migliore alla vicenda che questo suggello di solidarietà di tanti primi cittadini della nazione.
Ebbene, dopo mesi di dichiarazioni a lei avverse specie di coloro che, da Gorizia ad Imperia, le negavano la cittadinanza e dopo migliaia di insulti via web come ha aperto il suo discorso Liliana Segre? Con la parola amore. Così ha esordito dal palco di piazza della Scala: "Siamo qui per parlare d’amore... L’odio non ha futuro. L’odio lasciamolo agli anonimi della tastiera".
Aveva proprio ragione Vitaliano Brancati, quando nel romanzo "Paolo il caldo" scriveva: "Ci sono sofferenze che scavano nella persona come i buchi di un flauto, e la voce dello spirito ne esce melodiosa".
La storia della Segre è quella di chi ha molto patito ma ha saputo fare di ogni ferita un passo avanti nel percorrere la scala dell’umanità bella. Certo, la lezione di Liliana è difficile da uguagliare. Ma abbiamo un anno nuovo e una vita intera per provarci.

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