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Il vescovo Pellegrini è rientrato dal Mozambico e ci racconta

Abbiamo vissuto due settimane - dal 2 al 15 luglio -, nelle quali ci siamo sentiti veramente ’Chiesa missionaria’, a Chipene in Mozambico, spiega con entusiasmo il vescovo S.E. mons. Giuseppe Pellegrini, ascoltato appena rientrato dalla missione

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Il vescovo Pellegrini è rientrato dal Mozambico e ci racconta

    Abbiamo vissuto due settimane - dal 2 al 15 luglio -, nelle quali ci siamo sentiti veramente ’Chiesa missionaria’, attraverso il contatto con i nostri due ’fidei donum’ don Lorenzo Barro e don Loris Vignandel, incontrati a Chipene, nel territorio di Nampula, in Mozambico", spiega con entusiasmo il vescovo S.E. mons. Giuseppe Pellegrini, ascoltato appena rientrato dalla missione, avviata nell’anno 2015.
Sottolinea che ha voluto questa ’visita pastorale’ per rendersi conto personalmente della situazione esistente e delle eventuali necessità, da affrontare nel futuro. Era accompagnato dall’economo diocesano, il dottor Giorgio Ros e dalla moglie Paola, che hanno curato il servizio fotografico.

Essere Chiesa
con le strutture
"Li ho visti pieni di entusiasmo i nostri fidei donum don Lorenzo e don Loris. Contenti, sereni e ben inseriti nell’ampia parrocchia, costituita da 140 comunità o villaggi, con circa 150 mila persone. La si può definire una parrocchia grande come la nostra diocesi. Hanno a loro disposizione una ’Casa’ semplice e accogliente. Vivono e pregano assieme. Sono inoltre in contatto con la comunità delle Suore Comboniane, spagnole d’origine, presenti da tempo: Angel, Paola, Maria e Angelita.
Hanno a disposizione un ’Centro Pastorale’, per la formazione degli operatori che qui giungono dai vari villaggi e a volte si fermano per alcuni giorni. Si rinsalda così una ’Chiesa ministeriale’, con laici che svolgono il compito di ’formatori di comunità’, di ’animatori liturgici’, di ’catechisti’, o di responsabili nell’ambito delle ’famiglie’, dei ’giovani’ e della ’pastorale sociale’. La struttura esiste da tempo e ha bisogno d’essere sistemata e ampliata, per accogliere una cinquantina di persone, negli incontri formativi e di preghiera, o per il pasto e per dormire.
C’è pure una sorta di ’Convitto per studentesse’, denominato L’AR. E’ costituito da aule per le varie classi delle superiori, dalla 6^ alla 10^. Mentre in molti villaggi esiste la Scuola primaria, di sei anni. La trentina di studentesse che la frequentano, fanno ogni giorno anche un paio di chilometri all’andata e altrettanti al ritorno. Qui studiano, pregano e mangiano in comunità.
Manca il ’Convitto maschile’ che ora, grazie alla presenza di don Loris, potrà essere costruito".
Il presule prosegue spiegando che non è facile muoversi nel territorio, per prendere contatto coi vari villaggi. Pur muniti di due Jep, per muoversi autonomamente, essi debbono coprire grandi distanze su strade inesistenti, spazzate via dalle ’grandi piogge’ primaverili. Non esiste neppure un chilometro d’asfalto.

Essere Chiesa
con le persone
Ci sono stati altri significativi incontri. Ad esempio con i tre sacerdoti fidei donum di Verona. Assieme ad un entusiasta gruppo di volontari, seguono altre tre parrocchie. Con i nostri presbiteri, formano in qualche modo una sorta di ’Unità pastorale’ o ’Forania’ molto estesa.
La visita pastorale ha consentito di incontrare anche il nuovo vescovo di Nakala, che ha fatto il suo ingresso il 1° luglio. Si tratta del ’Padre Mercedario’ Dom Alberto Vera Aréjula, già presidente della Caritas del Mozambico, di origine spagnola.
Tra le celebrazioni condivise con i nostri missionari, il Vescovo mette in risalto quella di sabato 7 luglio. Ha accompagnato don Loris a visitare due comunità, distanti un paio d’ore di jep. In entrambe è stata celebrata la messa e amministrati un totale di 15 battesimi e 6 matrimoni.
Domenica 8, con don Lorenzo e don Loris, ha celebrato nella Chiesa di San Pietro. Tempio edificato in muratura. Eravamo circondati da centinaia di fedeli. L’incontro è proseguito seduti sotto le accoglienti piante, con canti, danze e altri momenti di animazione, anche divertenti.
I missionari parlano abitualmente il portoghese - don Loris frequenta due ore al giorno di lezione, per familiarizzare con questa parlata. Don Lorenzo si sta rinfrancando col MACUA, la parlata di Cipene. Ha sempre accanto un catechista, che lo aiuta nella traduzione.
I fedeli si rivelano ’persone miti, con alle spalle una solida cultura tradizionale’. Conducono una vita semplice, essenziale, povera. Abitano, nei villaggi, in capanne fatte con le frasche. Non dispongono dell’elettricità. Debbono fare un po’ di strada per attingere al pozzo d’acqua, anche più volte al giorno. Hanno ugualmente cura di sé. Ci tengono alla pulizia. Indossano abiti ’da festa e colorati’, in occasione delle celebrazioni. Sono sorridenti, nei rapporti con gli altri.
Si nutrono della ’manioca’, dalla quale ricavano la farina per il pane. Hanno un po’ d’orto, con fagioli, patate, verdure diverse e frutta di stagione. Allevano soprattutto il pollame.
Il vescovo è rimasto colpito dal loro spirito di condivisione. Anche nelle piccole cose. Come ad esempio quando ha distribuito alcuni rosari, ad un gruppo di catechisti. E uno di essi era rimasto senza e dimostrava dispiacere. Altri si sono subito avvicinati, per cedere il loro.
Accoglienza che poi diviene ’stile di vita’, in quanto anch’essi, nei propri villaggi, accolgono le persone che giungono da zone segnate dalla guerra.
Conclude: "La mia preoccupazione era di comunicare loro la gioia di incontrarli come piccola porzione di Chiesa, che edifica la grande Chiesa. Ma anche loro sono riusciti a trasmettere altrettanta gioia, più con lo stile di vita, che con tanti discorsi".
Leo Collin

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