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Se cammino , vivo

 Andrea Spinelli, classe 1973, siciliano trapiantato nel pordenonese, da quasi cinque anni è affetto da un adenocarcinoma alla testa del pancreas in stato avanzato e non operabile. E’ lo stesso Andrea che poi ha camminato oltre novemila chilometri. Sabato 22 settembre ore 12 è a Pordenonelegge

Parole chiave: Cancro (2), Camminare (2), Pordenonelegge (29)
Se cammino , vivo

  Andrea Spinelli, classe 1973, siciliano trapiantato nel pordenonese, da quasi cinque anni è affetto da un adenocarcinoma alla testa del pancreas in stato avanzato e non operabile. E’ lo stesso Andrea che poi ha camminato oltre novemila chilometri, lungo il cammino di Santiago e altri cammini ancora. Ha cominciato andando a piedi da Fiume Veneto, dove vive, all’ospedale di Pordenone. Non si è fermato, nonostante la diagnosi, anzi avendo il cancro come unico compagno di viaggio. Un passato da fotogiornalista ("Ho fotografato anche il Papa"), oggi è l’autore del libro "Se cammino, vivo" in uscita il 13 settembre per i caratteri di Ediciclo, casa editrice portogruarese. Sabato 20 settembre sarà presentato a Pordenonelegge.
La sua storia merita di essere conosciuta e divulgata perché, come Andrea insegna, ha senso se non resta "sua", se si fa di tutti.
"Se non parlo, aiuto queste cellule impazzite a uccidermi" ha scritto. Per questo è stato bello e importante parlare a lungo con lui.

"Se cammino,  vivo". Il cancro te ne ha fatta fare di strada.
Tantissima: oltre novemila chilometri. Il cancro mi ha messo in cammino ed è il mio cammino. Anche il titolo definitivo del libro è arrivato camminando. All’inizio avevo scritto, come nel mio blog, "In cammino con il mio cancro". Poi ho tolto il "mio", perché purtroppo il cancro è una cosa che riguarda più persone.
Il cammino è la tua strategia per andare oltre la malattia?
E’ la magia del cammino che fa tutto. La potenza del cammino. Un cammino che, potrei dire, è nato a livello egoistico: camminando mi sentivo bene, mi sentivo vivo. Poi è diventato una cosa molto più grossa. Non ho abbandonato il cancro, viene con me. Ma camminando mi sento vivo. E so che sto morendo: hai idea di cosa può voler dire? Allora cammino. Purtroppo non tutti i malati reagiscono così.
Eri già uno sportivo?
Proprio no. Quando mi sono ammalto pesavo quasi 97 chili e, come scrivo, al pomeriggio aprivo il secondo pacchetto di sigarette. Mi hanno incoraggiato i primi passi, i primi tragitti, come i tanti lettori del mio blog, dove raccontavo ogni tappa, che mi hanno scritto. Erano altri malati di cancro, spesso al pancreas come me.
I medici cosa ti hanno detto all’inizio? E oggi non si meravigliano dei risultati?
Prima non mi ha detto di no il mio medico, Giovanni Lo Re. Sono fortunato ad avere un medico come lui. E voglio sottolineare che fortunato non è una parola che uso. Un malato di cancro è fortunato solo se guarisce. Ma so che chi mi cura ha fatto di tutto per salvarmi la vita, anche vista l’età: mi sono malato a quarant’anni. Oggi sono una sorpresa anche per lui. Mi segue anche se non è possibile fare niente: il mio cancro non è operabile e ho finito le chemio che potevo fare. Se superi le dosi la cura ti uccide, il corpo è intossicato.
Porti sedici anelli.
Uno per ogni mese di chemio fatta. Diciassette con la fede. Ma proprio qualche settimana fa ho avuto una gran bella notizia.
Vogliamo saperla.
All’ultima pet il medico mi ha detto che si avvicina la scadenza dei cinque anni trascorsi. La data è il 18 ottobre. Per me significa una cosa grandissima: che, in caso di necessità, di peggioramento, visto che sono trascorsi cinque anni, mi sarà possibile ripartire con la terapia salvavita, cosa fino ad adesso impossibile.
Quale è la dimensione sociale della malattia? Nel libro richiedi associazioni, una K da mettere sull’auto e parli di solitudine.
Come ho scritto: "Se non mi isolo, se non resto solo, posso tutto". Quanto al resto, io sostengo una K da mettere sull’auto. Oggi cammino, ma ho fatto mesi in cui neanche stavo in piedi, non camminavo. Poi ho ripreso ma col bastone, quello che ancora mi segue fedelmente in ogni avventura. Mi hanno riconosciuto una invalidità, ma chi mi vede scendere adesso dall’auto con l’adesivo generico degli invalidi e non mi vede in sedia a rotelle mi guarda storto. Quindi servirebbe, secondo me, un segno specifico.
Dici: "Il silenzio è amico del cancro". Scrivi per andare oltre un tabù.
Sì, scrivo in funzione della malattia e non per me stesso. Ci sono cose che volutamente non ho inserito, l’importante è il messaggio: di cancro si può vivere. Non ho scritto che vengo dall’aeronautica, la ragione che mi ha portato dalla Sicilia in Friuli. L’ho taciuto per evitare in tutti i modi che si creasse un legame che non c’è tra quella esperienza e la malattia. Conta che il messaggio arrivi.
Il cancro è uno spartiacque. L’Andrea di prima e quello di oggi quanto sono diversi?
La malattia annulla i sogni. Il cancro mi ha stravolto la vita. Andrea di adesso è un’altra persona. Ma, senti cosa dico, grazie al cancro ho scoperto cos’è la vita. La scaletta dei valori è cambiata. Quei valori comuni, che avevo anch’io e che abbiamo tutti sul come stare, cosa fare, cosa raggiungere sono stravolti. A velocità della luce, il tempo di una diagnosi, cambia tutto e per forza. Sto morendo ma dico che la mia vita è cambiata in meglio.
C’è la paura?
Non sfido mai l’essere malato. Il mio macinare chilometri non è una sfida al male. E la paura c’è.
Hai scritto che hai una mamma da oscar e che fino a quanto c’è Sally, tua moglie, non temi il cancro.
Donne eccezionali. Non temo tanto per me quanto per la malattia delle persone care. Per me sono forte. Ma non riuscirei a sopportare il dolore delle persone amate.
Dici che sei di tradizione familiare cattolica ma non pratichi. Però tieni un presepe in casa tutto l’anno.
Il presepe c’è. L’ho fatto da malato. Appena ho ripreso un po’ di energia, ancora prima di camminare, mi sono messo a costruirlo. Adesso lo tengo pronto. Non so perché sono andato a pensare al presepe. Sarà che lo faceva mia nonna, che per me è speciale. Lo faceva enorme, prendeva mezza stanza.
E metti un certo angelo sull’albero da cinque anni.
Ha una storia incredibile quell’angelo di vetro. L’ho ricevuto in ospedale quando stavo malissimo da una donna mai vista prima, passata come per caso. Mi ha visto, mi ha dato l’angelo ed è andata via. Non so nemmeno chi sia, ma l’angelo ogni Natale è sul mio alberello. Anzi, se posso, farei un appello.
Certo che sì.
Stavo malissimo, stavo morendo quando quella donna mi ha dato l’angelo. Mi piacerebbe tanto che si facesse avanti, conoscerla.
Scrivi che all’ospedale di Pordenone guardi sempre la statua di Padre Pio e la scritta: "Prega, spera, non agitarti". Tu speri e non ti agiti, ma preghi?
Ti rispondo no, ma ti dico altre due cose. Se la domanda è se ho più fede adesso, io la ritengo una questione intima e personale. Per certo, rispetto a quando ho finito il libro, diciamo che sono in cammino.
E hai fatto anche il cammino di Santiago.
Sì, grazie a padre Leone di San Vito al Tagliamento che senza giudicarmi mi ha spiegato come fare per le credenziali e altro. Ho raggiunto Santiago da pellegrino. Ho alloggiato in parrocchie e strutture della Chiesa. Mi è successo anche un fatto: arrivando stanco, dopo una tappa da quaranta chilometri, sono stato rimproverato dal sacerdote perché non ho risposto al suo invito alla messa e sono andato dritto in doccia. Gli ho risposto: "Con tutti i chilometri che ho fatto, a voglia che ho pregato". Ma, dopo, lui mi ha dato ragione.
E l’altra cosa?
Ho trovato tante persone, tanti sacerdoti, che lo hanno fatto per me. Dico pregare. Quando ero negli Appennini due giovani sacerdoti, sconosciuti, mi hanno proprio chiesto: possiamo pregare per te? Sono cose capitate dopo il libro. Infatti, nel mio blog il contachilometri è arrivato a 9.500; oltre 13 milioni e mezzo di passi. Ho camminato ancora.
Vai col caval di san Francesco. Ami come lui la natura?
Non c’è scritto, perchè l’ho fatto dopo: ho percorso anche il cammino Roma Assisi. Sognando dico: è il prossimo libro. E’ stata un’esperienza importante. E Francesco per me è una figura particolare.
La tua fiducia è nella medicina. Il libro è un monito a non rivolgersi ad altre forme di cura?
Di cancro si vive, scrivo. Ma è un fatto: di cancro si muore. Pensiamo a uno famoso col cancro al pancreas come me: Steve Jobs. Avrebbe potuto pagarsi qualsiasi cura, ma il cancro non è una questione di soldi. Io so che un malato è fragile e può essere pronto a tutto. Lo vedo in chi mi scrive: a un certo punto ci si aggrappa ad ogni cosa. Se ti dicono che ti serve una lampadina blu ci credi.
Io credo che non si deve smettere di avere fiducia in un fatto: la medicina va avanti. Io so che dal 19 ottobre potrò, se necessario, rifare la chemio o un’altra cura che verrà. Il male c’è, ma la medicina va avanti.
Hai un messaggio per chi ha una persona cara malata?
Dico che la vera persona forte è quella che sta accanto al malato. Chi è accanto lotta, sostiene, ne ha la forza e la deve trasmettere. Il vero guerriero è lui.
E uno per chi è malato?
Ho letto pochi giorni fa una frase di Madre Teresa: "Solo una volta posso in questa vita fare del bene. Se non lo faccio adesso non lo faccio più". Il libro non è per me, ma per chi è malato, per chi è nelle mie condizioni. L’ho detto: ho comiciato a camminare per trarne un beneficio personale,  egoistico; ma camminando ho capito che è importante dare una testimonianza. La mia è che col cancro si può anche vivere. Col libro ho fatto la cosa più importante della mia vita. Non so se può essere di aiuto, ma di speranza sì. Me lo auspico.

Simonetta Venturin

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