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Speciale: Venezuela nel caos   versione testuale
Michele Bernardon
  Rispetto ad altre destinazioni transoceaniche, l’emigrazione italiana verso il Venezuela assume un carattere di emigrazione di massa solo a partire dal secondo dopoguerra.  Si calcola che fra gli anni ’50/’60, circa 250 mila italiani abbiano attraversato l’oceano per raggiungere il paese  caraibico, all’epoca fra i più ricchi dell’America Latina.
DA DOVE Le partenze dal Friuli Occidentale verso il Venezuela interessarono in prevalenza l’area dello Spilimberghese (Arzene, Valvasone, Spilimbergo, San Giorgio della Richinvelda, Domanins), la Val Cosa e la Val d’Arzino (Travesio, Castelnuovo del Friuli, Pinzano, Vito d’Asio) e la Val Meduna. In quel periodo, dalla sola frazione di Domanins, nel comune di San Giorgio della Richinvelda, sono partiti circa 150 emigranti con destinazione Caracas e Maracaibo. La presenza italiana in Venezuela è tutt’ora rilevante: al 1° gennaio 2016 risultavano iscritti all’AIRE (Anagrafe Italiani Residenti all’Estero) 124.783 italiani di cui 3.309 corregionali. Mentre gli oriundi alla stessa data sono stati stimati in circa 1 milione, di cui 26.000 friulani.
SITUAZIONE SOCIALE DRAMMATICA
«Fate qualcosa per noi. Qui ci sentiamo abbandonati da tutti - è l’appello che sempre più frequente ci giunge dai nostri corregionali presenti in quel martoriato paese che, nell’immediato dopoguerra, era considerato il nuovo Eldorado -. Qui ormai manca tutto, i bambini sono denutriti, ogni giorno si registrano nuovi omicidi e decine di rapine. L’opposizione accusa il Governo di intimidazioni e chiede di indire elezioni e di consentire l’arrivo di aiuti umanitari, che però Maduro non concede. Le medicine sono introvabili. Non riusciamo nemmeno a riceverle dall’Italia perché vengono sequestrate in dogana e finiscono al mercato nero. Ormai si esce di casa il meno possibile e a proprio rischio e pericolo. Viviamo in un paese letteralmente ridotto alla fame tant’è che nelle città anche i cani e i gatti ormai sono spariti dalle circolazione. Siamo angosciati, con i figli senza prospettive, in fumo i risparmi di una vita di sacrifici. Dovete denunciare questo stato di cose, farle conoscere all’opinione pubblica».
 
LA STORIA DI UN RIENTRATO
  Tra le varie testimonianze raccolte in questi giorni tra i nostri corregionali coinvolti direttamente o indirettamente nella drammatica crisi venezuelana, emblematica è l’esperienza vissuta in terra caraibica dal portogruarese Giancarlo Crepaldi.
Titolare di un’azienda specializzata in carpenterie metalliche con diverse realizzazioni anche nel pordenonese (palestra di Pordenone Nord, questura di Pordenone, parco Galvani), 7 dipendenti, nel 2012, in seguito alla crisi che ha travolto parecchi suoi clienti abituali con la conseguente perdita di commesse, è costretto a chiudere l’attività e a cercare lavoro come lavoratore dipendente.
Viene assunto dalla ditta Cimolai di Pordenone e dopo poche settimane in virtù delle sue capacità manageriali inviato in Venezuela, a Ciudad Guayana (l’unica città pianificata del Venezuela, creata nel 1961, nella confluenza dei due grandi fiumi Orinoco e Caronì), a dirigere, come responsabile di produzione, una fabbrica di carpenteria metallica con alle proprie dipendenze oltre 200 operai.
Uno dei lavori più grossi eseguiti è stato il ponte sul fiume Orinoco: un viadotto  che si sviluppa per oltre 11 chilometri con la parte centrale in acciaio di oltre 2 km di lunghezza.
Già allora la situazione in Venezuela, dal punto di vista della sicurezza, non era delle migliori, così Crepaldi lasciò a casa la moglie con una figlia piccola rinviando un possibile ricongiungimento appena la situazione fosse migliorata. Al contrario, nel corso degli anni le condizioni sono peggiorate e così l’anno scorso, a malincuore, decise di rientrare in Italia.
«Le scene drammatiche che si vedono in questi giorni nei servizi televisivi - ci ha confidato - e i video che alcuni manifestanti, sfidando le forze di repressione mettono rete, non fa che riacutizzare in me un sentimento di sconforto e di rabbia nei confronti di quella classe politica che sta distruggendo economicamente quel meraviglioso paese. Rabbia perché il Venezuela è un paese ricco di materie prime: oltre al petrolio possiede minerali di ferro, bauxite, oro, diamanti e una terra fertile con abbondanza di acqua. Potrebbe sfruttare località turistiche di prim’ordine: la Gran Savana, Maracaibo, l’isola Margherita e altre isole minori nel mar dei Caraibi. Viceversa, i prodotti agricoli così come la maggior parte dei generi di prima necessità vengono importati dall’estero e alcuni prodotti sono reperibili solo al mercato nero, le medicine sono introvabili e la gente comune sta letteralmente morendo di fame». M.B.
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