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25 anni fa: Giovanni Paolo II nelle quattro diocesi friulane   versione testuale
Walter Arzaretti
  Era il 30 aprile quando il papa arrivò ed era come oggi la terza domenica del tempo di Pasqua quando fu compiuta la sua vsita pastorale a questa nostra terra "nobile e antica... variegata per peculiarità geografiche, etniche e linguistiche", "a tutti gli abitanti del Friuli Venezia Giulia". Sono trascorsi esattamente 25 anni e molte delle cose dette da Giovanni Paolo II nei quattro giorni in Friuli Venezia Giulia, il tour più lungo e articolato fino ad allora dei pur numerosi viaggi in Italia del pontefice globe trotter, vanno rilette per il loro valore perenne.
Restano, in moltissimi, anche il clima spirituale e le emozioni di una visita che fu a ciascuna delle quattro diocesi, ma pensata, preparata ed effettivamente svoltasi anche in un’altra dimensione, alla cui radice sta - e deve continuare a stare - il valore cattolicissimo della "comunione": fra Chiese, genti, popoli. Fu un grande "mettersi insieme", non solo ecclesiale, della realtà, per giunta particolarissima, della nostra regione "crocevia di nazioni e culture [che] porta in sé una vocazione europea".
Fu una novità, come ancora possono testimoniare i coordinatori dell’evento presieduti dall’arcivescovo padre Antonio Vitale Bommarco: mons. Vittorio Menaldo per Concordia-Pordenone, don Graziano Marini per Gorizia, mons. Mario Del Ben per Trieste, mons. Lucio Soravito, poi vescovo, per Udine (lo stesso gruppo farà il bis organizzativo programmando ancora a livello di regione il Grande Giubileo 2000!); e lo fu però in fedeltà all’eredità più profonda della Chiesa Madre di Aquileia, "centro unificatore di gruppi etnici differenti accomunati dall’unica fede e polo d’irradiazione missionaria" (la definì così il papa): due anni prima qui erano convenute le Chiese del Nord Est d’Italia per il loro primo convegno (28 aprile-1° maggio 1990) sul tema "Comunità cristiane e futuro delle Venezie".
Alla "vocazione" di Aquileia il papa volle rendere subito omaggio, soddisfatto di realizzare anche un personale desiderio ("Non ho ancora avuto la gioia di visitare Aquileia, ma conosco molto bene la sua storia", aveva confidato tempo avanti all’arcivescovo di Gorizia). Wojtyla, nel crepuscolo di quel 30 aprile, mostrò con straordinaria convinzione e commozione di avere recepito di "quale sorprendente testimonianza di dinamismo apostolico" (lo esclamò alla messa nella basilica poponiana partecipata anche dai membri dei consigli presbiterali e pastorali e delle consulte per l’Apostolato dei laici delle quattro diocesi) era stata capace quell’antica comunità di cristiani trasmettendo il Vangelo a una buona parte del Centro ed Est Europa (ad ascoltarlo c’erano i vescovi delle 25 sedi suffraganee dell’antico patriarcato - Triveneto, Carinzia, Slovenia, Istria, financo Ungheria!); e di quale responsabilità nella coltivazione di uno "spirito universalistico e aperto alla solidarietà" dovevano ora (devono ancora!) farsi carico le Chiese di questa regione: "La memoria di un passato così ricco di frutti apostolici - solennemente affermò - stimola a un rinnovato, coraggioso slancio missionario". Già "aquileiesi" nello spirito, in quanto portatori della buona Novella ovunque, e con attenzione tutta particolare all’Europa (solo tre anni prima era caduto il muro di Berlino), i passi del papa venuto dall’Est si volsero immediatamente all’annuncio, con l’ardore e quel modo di partecipare i concetti che ben ricordiamo; noncuranti della fatica fisica che qui deve essere stata grande: due mesi dopo Giovanni Paolo II sarà ricoverato al "Gemelli" per l’asportazione di un tumore all’intestino.
Due numeri bastano forse a misurarla: 23 i luoghi dove il papa fece sosta in tre giorni e mezzo; 21 i discorsi e omelie che pronunciò a un pubblico foltissimo e sempre unanime nell’accogliere e coinvolto nell’ascoltare, come si vide nelle quattro assemblee liturgiche - e altrettanti incontri con le cittadinanze - che seguirono a quella "plenaria" di Aquileia in ciascun capoluogo di diocesi e provincia (Fiera a Pordenone, Piazza Unità d’Italia a Trieste, Piazza Vittoria a Gorizia, Stadio Friuli a Udine); inoltre nei momenti, caratterizzanti la visita, ai quali convennero da tutta la regione: il mondo del lavoro alla Zanussi Electrolux di Porcia, la vita consacrata e i preti in San Giusto a Trieste, il mondo della cultura e poi pubblici amministratori e politici ancora nella città giuliana (Università e Teatro Verdi), giovani sulla Piazza Primo Maggio di Udine. A questi ultimi il "papa dei giovani" parlò lasciando il testo scritto e improvvisando un discorso che ancora "suona dentro" alla generazione di chi scrive, partecipe - a detta del Santo Padre - di un "momento di grazia, che vuol dire ’Dio che si comunica a un altro, a ciascuno di noi’", e si comunica -"quasi comprensibile nella sua incomprensibilità, quasi visibile nella sua invisibilità - in Gesù Cristo fatto uomo... Dall’incarnazione - disse il papa a braccio e con le braccia - Cristo ha una storia in comune con tutti noi, duratura, continua, permanente, [persino] commovente", avendoci "lasciato anche un Sacramento di questa sua comunicazione con noi", l’Eucaristia!
I piedi recanti un lieto annunzio di bene (cfr. Rm 10,15; Is 52,7) - così aveva esordito nell’omelia ad Aquileia - lo portarono in successione a Pordenone, già la stessa sera del 30, e poi: a San Vito al Tagliamento (Istituto "La Nostra Famiglia", "per esprimere alla persona più indifesa il rispetto per la dignità grande che le è propria"); a Concordia, in territorio veneto (minore di Aquileia di dimensioni, non per lo "slancio devoto" che fu di quella comunità, costola uscita dal corpo della Chiesa Madre già nel IV secolo); nei vari luoghi cittadini di Trieste prima ricordati, con l’aggiunta del Tempio mariano di Monte Grisa e di una puntatina al porto; a Gorizia e, domenica 3 maggio, nella Gemona ricostruita e a Udine, con attenzione qui, oltre che ai giovani, ai poveri (alla "Casa dell’Immacolata" di don De Roja, scomparso solo tre mesi prima); infine al sacrario militare di Redipuglia per "inginocchiarsi al sacrificio generoso di tante vite umane e raccogliere da loro un pressante invito alla pace": "Pace per l’Europa e il mondo intero", ripeté il papa del "mai più la guerra", che di lì a poco divamperà purtroppo più violenta nella confinante ex Jugoslavia.
La parola oggi forse più spendibile dettaci da Giovanni Paolo II 25 anni fa resta però quella pronunciata, "nel segno della speranza", davanti a imprenditori e lavoratori proprio nella festa del lavoro che il pontefice della Centesimus Annus, datata allo stesso giorno un anno prima, qui ridenominò "festa dell’uomo" ("delle sue molteplici potenzialità produttive e delle sue più profonde aspirazioni") e "festa dell’uomo lavoratore" ("che con la sua opera arricchisce l’umanità e può allargare gli spazi della solidale collaborazione fra gli individui e i popoli"). Elencò Giovanni Paolo "nuove problematiche e inedite [allora] sfide sociali": "la crisi occupazionale dei giovani, [ma pure] gli extracomunitari bisognosi di lavoro, alloggio, assistenza; [poi] le difficoltà che incontra la famiglia e il grave problema della denatalità [con il] preoccupante spopolamento e un crescente invecchiamento". Ammonì: "Occorre non lasciarsi prendere da una visione dell’esistenza dominata da preoccupazioni solo terrene e volta al conseguimento di beni puramente materiali". Ed esortò: "Create spazi sempre più larghi di solidarietà, particolarmente in favore dei più deboli e dei più poveri". A braccio, precisò pure che la lunga strada della "contrapposizione fra il mondo del lavoro e il mondo del capitale è arrivata a un qualche chiarimento": a farsi strada deve essere  "una società del lavoro, dell’impresa e della partecipazione" in cui un "capitalismo sociale" contemperi la "produzione del profitto" con i "valori umani" nel rispetto della persona, da anteporre a tutto. Il papa volle ribadire fra noi che "compito della Chiesa è di essere Maestra" anche in ambito sociale, in quanto "il cristianesimo si distingue perché ha questa specificità, di Dio-uomo e di uomo-Dio, [dove] tutte le realtà umane, tutto viene elevato" e dove perciò "porre al centro la suprema legge dell’amore con gesti concreti di giustizia distributiva e generosa condivisione".
Era il primo giorno del mese mariano. E alla Mater Dei, onorata dalla Chiesa di Aquileia prima ancora della sua solenne proclamazione a Efeso, il papa del Totus tuus affidò queste problematiche, i voti delle nostre quattro chiese locali rette allora dai compianti vescovi Bommarco, Battisti, Bellomi e Corrà, e tutte le nostre persone e comunità: "Santa Maria, Madre della Luce, Madre del vero Gaudio, nostra Via verso Dio - come canta un’antichissima sequenza litanica aquileiese - vieni in nostro aiuto!". Pensiamo che, fatto beato un altro 1° maggio (sei anni fa) e santo in questi giorni di tre anni orsono, egli stia continuando anche per noi la preghiera in cielo, intercedente la Madre del Signore. La stessa preghiera dalla quale non poté mai astenersi quaggiù: persino nell’antibagno della Fiera di Pordenone, in ginocchio, appoggiato a un lavandino, prima della celebrazione eucaristica, come ha svelato il suo cerimoniere. San Giovanni Paolo II ci fa in tale modo visita stabile, ci dà coraggio e ci ri-benedice perché siamo in grado di affrontare, come amava ripetere, le "sfide ardue del tempo presente".
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