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Caritas: i dati dell'accoglienza in Fvg e Pordenone   versione testuale
Martina Ghersetti
   I dati che ci arrivano sulla presenza degli immigrati in Italia ci dicono che, rispetto al 2015, al 31 dicembre 2016 sono arrivati in Italia via mare 176.554 stranieri, con una percentuale del 17,94 per cento in più rispetto all’anno precedente. Ciò che le statistiche non raccontano è il numero di quanti effettivamente si sono fermati nel nostro Paese. Attualmente sono presenti, sul territorio nazionale, un numero simile a quello degli sbarchi, ma che non va confuso con questo, perché le circa 176 mila presenze sono dei richiedenti asilo che sono già accolti nei progetti almeno negli ultimi due anni. Le maggiori nazionalità presenti sono i nigeriani, con 37.551 presenze, seguiti dagli eritrei, con 20.718 persone, poi dai profughi dalla Guinea, con 13.342 presenze.
Un altro fenomeno che è cresciuto in questo ultimo anno è l’arrivo dei minori non accompagnati, che provengono, più o meno, dagli stessi Paesi dei richiedenti asilo maggiorenni. Il numero è salito, tanto che, se nel 2014 erano registrati 12.360 minori non accompagnati, nel 2016 tale numero è salito a 25.772: più del doppio! Il fenomeno è presente soprattutto nelle regione dove gli sbarchi sono più numerosi, mentre nella nostra regione si registrano pochi minori non accompagnati.
In Friuli Venezia Giulia
In Friuli Venezia Giulia sono attualmente presenti, nei diversi progetti di accoglienza, il 3 per cento delle presenze nazionali, per un totale di 4.849 persone: la caratteristica della nostra regione è che gli stranieri presenti sono arrivati soprattutto via terra, attraverso la cosiddetta via balcanica. Per questo motivo il Ministro dell’Interno ha concesso al nostro territorio di limitare l’accoglienza degli immigrati provenienti dagli sbarchi. I numeri sono molto più alti in Sicilia, Campania, Lazio, Piemonte e Veneto, dove la percentuale delle presenze straniere è dell’8 per cento.
In Friuli Venezia Giulia il 90 per cento dei richiedenti asilo arriva da Afghanistan e Pakistan, mentre solo il 10 per cento ha provenienza africana. Il territorio pordenonese non si distacca da questa percentuale. L’età media dei richiedenti asilo, in netta maggioranza uomini, è tra i 22 e i 24 anni.
Nella nostra regione non è mai piaciuto concentrare gli arrivi in luoghi di accoglienza per grandi numeri, ma il sistema che si è scelto di utilizzare è quello diffuso: a Pordenone si è lavorato in questo senso fin da prima che nascesse l’emergenza di questi ultimi anni, dal lontano 2001. Il sistema diffuso è quello che preferisce distribuire gli ospiti stranieri nei comuni, preferibilmente piccoli, in modo da evitare concentrazioni che potrebbero essere avvertite dalla popolazione locale con allarme. Anzi, distribuendo piccoli numeri sul territorio, si ottiene l’effetto contrario, perché i vicini di casa conoscono i nuovi ospiti in modo più personale e non è raro che nascano delle vere amicizie e collaborazioni attraverso questi contatti meno anonimi, che coinvolgono tutti nella vita quotidiana.
A Pordenone
Quanti sono i richiedenti asilo nel territorio pordenonese? Al 31 dicembre 2016 erano 825, anche se il flusso di coloro che hanno fatto la richiesta di protezione internazionale alla questura sono stati 1.900: ciò significa che molti non si sono fermati a Pordenone, alcuni hanno l’accoglienza altrove, altri non hanno bisogno di accoglienza (si fa l’esempio dei pochi ucraini, che vengono ospitati da parenti).
Agli 825 vanno aggiunti la settantina di presenze nell’hub dell’ex caserma Monti, mentre nel numero sono compresi i 73 che sono seguiti dal progetto Sprar (Sistema di Protezione per rifugiati e richiedenti asilo), che ne distribuisce 45 a Pordenone e 28 nei comini del territorio. A Pordenone tutta l’accoglienza è gestita da nove cooperative: capofila è la coop Nuovi Vicini, il braccio operativo della Caritas diocesana.
Le novità
Il sistema Sprar prevedeva, fino all’agosto del 2016, che i comuni coinvolti dovessero versare 20 per cento di risorse proprie nell’accoglienza dei richiedenti asilo, mentre le rimanenti venivano versate dallo stato. Con un decreto si è cambiato questo sistema, abbassando la percentuale di risorse comunali al 5 per cento, per incrementare il coinvolgimento dei comuni nell’accoglienza, a fronte anche di ulteriori vantaggi, per esempio l’esonero dall’accoglienza straordinaria, nonché facilitazioni fiscali. In questo modo si cerca di rendere il sistema Sprar quello che regola l’accoglienza ordinaria, alla quale si dovrebbe passare, visto che ciò che qualche anno fa era considerato straordinario ora è diventato la norma.
C’è anche un accordo tra il Ministero dell’Interno e l’Anci (Associazione Nazionale Comuni Italiani) secondo il quale non si devono accogliere più di 2,5 immigrati ogni 1.000 abitanti. L’idea è anche quella di migliorare i livelli qualitativi dell’accoglienza, in modo che si migliori il livello di integrazione: a partire dall’offrire diversi livelli di corsi di lingua italiana, che ogni ospite deve frequentare per dieci ore alla settimana, fino ai corsi professionalizzanti che possono preparare ad un mestiere da spendere sul territorio.
Martina Ghersetti
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