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Matrimonio, nozione ultramillenaria   versione testuale
Il chiarimento della Corte costituzionale
La Corte Costituzionale, con la sentenza n. 214 dell’11 giugno 2014, ha ribadito alcune importanti e decisive affermazioni sul significato e la natura del "matrimonio". Nello stesso tempo, la Corte ha invitato il legislatore ad emanare norme che regolino le diverse forme di convivenza che, però, non possono ricomprendersi nel concetto di famiglia previsto dall’art. 29 della Costituzione come società naturale fondata sul matrimonio.
La Corte Costituzionale è stata chiamata a decidere sulla questione relativa agli effetti della pronuncia di rettificazione di sesso su un matrimonio preesistente, quando né colui che ha cambiato sesso né il coniuge abbiano intenzione di sciogliere il rapporto coniugale, come invece è previsto automaticamente dalla legge.
Secondo la Corte di Cassazione, si tratterebbe di un "divorzio imposto" in contrasto con la volontà degli ex coniugi, che verrebbero ad essere discriminati rispetto alle altre coppie coniugate che hanno la possibilità di scegliere se divorziare e perché non potrebbero continuare a vivere all’interno del matrimonio pur avendo cambiato sesso.
Le decisione della Corte Costituzionale, che richiama una ampia e precedente sentenza, la n. 138 del 2010, detta alcuni principi ai quali il nostro legislatore dovrebbe uniformarsi per non emanare norme palesemente incostituzionali.
In adesione al dettato costituzionale (art. 29), la Corte afferma che "l’intera disciplina dell’istituto, contenuta nel codice civile e nella legislazione speciale, postula la diversità di sesso dei coniugi, nel quadro di "una consolidata ed ultramillenaria nozione di matrimonio". Con il cambio di sesso di uno dei coniugi "la loro vita di coppia, si pone, evidentemente, fuori dal modello del matrimonio che, con il venir meno del requisito, per il nostro ordinamento essenziale, della eterosessualità, non può proseguire come tale".
Il problema allora è quello di tutelare una situazione specifica, anche se non frequente, nella quale i due ex coniugi si vengono a trovare che "non è neppure semplicisticamente equiparabile ad una unione di soggetti dello stesso sesso, poiché ciò equivarrebbe a cancellare, sul piano giuridico, un pregresso vissuto, nel cui contesto quella coppia ha maturato reciproci diritti e doveri, anche di rilievo costituzionale, che, seppur non più declinabili all’interno del modello matrimoniale, non sono, per ciò solo, tutti necessariamente sacrificabili".
Al legislatore viene quindi affidato il compito di regolare tale nuova situazione, non più all’interno di una concezione di matrimonio, ma come tutela di una "formazione sociale", prevista dall’art. 2 della Costituzione.
Ed alla "formazione sociale" e non al matrimonio, la Corte aveva già fatto riferimento con la sentenza n. 138 del 2010, quando, in tema di unioni omosessuali, aveva escluso che l’aspirazione al loro riconoscimento "possa essere realizzata soltanto attraverso una equiparazione delle unioni omosessuali al matrimonio".
Anche il richiamo alle Convenzioni internazionali sottoscritte dall’Italia non è per la Corte pertinente. Nessuna convenzione, infatti, impone la piena equiparazione alle unioni omosessuali delle regole previste per le unioni matrimoniali tra uomo e donna.
Le scelte che il nostro Parlamento si accinge a fare non possono quindi tradursi in una semplice estensione ad altre forme di convivenza delle regole della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio.
Per una visione costituzionalmente corretta le diverse formazioni sociali devono quindi trovare una loro specifica regolamentazione, anche se i tentativi di equiparazione sono annunciati come soluzione ideale.
 
Antonio Lazzàro
Già Presidente del Tribunale di Pordenone
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