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S.E.Bizzeti: "Padovese apprezzato per gentilezza e bontà"

S.E. Paolo Bizzeti è il successore del Vicario di Anatolia, S.E. mons. Luigi Padovese, ucciso a Iskenderun il 3 giugno del 2010. Abbiamo parlato con lui del ricordo lasciato da mon. Padovese e della situazione dei cristiani in Turchia oggi

Parole chiave: Turchia (1), Europa (1), Isis (1)
S.E.Bizzeti: "Padovese  apprezzato per gentilezza e bontà"

Una terra, la Turchia, che fu culla della fede cristiana e oggi i cristiani che vi abitano sono lo 0,2 per cento della popolazione. Una diocesi, il Vicariato di Anatolia, grande più dell’Italia con i suoi 400mila chilometri quadrati di estensione; che confina a Sud con la Siria, produttrice di rifugiati; che dal predecessore - mons. Luigi Padovese - ha ereditato una testimonianza gloriosa di fede e di sangue. Da lì viene S.E. mons. Paolo Bizzeti, gesuita, fiorentino, classe 1947, dall’agosto 2015 successore di mons. Luigi, ucciso il 3 agosto 2010 a Iskenderun. Lo abbiamo incontrato, giovedì 26 aprile, al Collegio Vescovile Marconi di Portogruaro, nella serata che ha aperto il convegno internazionale di studi "Il cristianesimo in Anatolia tra Marco Aurelio e Diocleziano: tradizione asiatica e tradizione alessandrina a confronto", tenutosi il 27 e 28 aprile in onore e a memoria di mons. Padovese. Il colloquio avuto con S.E. Bizzeti e la conferenza tenuta dallo stesso hanno permesso uno sguardo schietto sulla situazione attuale del Vicariato e della Turchia, uno sguardo guidato dal relatore oltre i timori e i luoghi comuni.

S.E. sappiamo che nella terra da cui viene i cristiani sono una minoranza. Quanto minoranza?
I cristiani sono lo 0,2% della popolazione e i cattolici sono lo 0,02%. Ma, mi creda, non è questo il problema.
Possibile? Ci spieghi.
Nel primo secolo, quando partiva da qui con San Paolo e San Pietro, il cristianesimo dell’origine non aveva numeri più grandi. Eppure, aveva una forza e un entusiasmo tali da portare la fede nel mondo. Ora, invece, il cristianesimo è ripiegato su se stesso, è impaurito, senza slancio.
Ci sono altre comunità presenti e sono ben più vivaci. I protestanti, ad esempio, negli ultimi trenta anni hanno dato vita ad un centinaio di nuove comunità. Per noi non è così.
Ha detto: senza slancio.
Sì. Noi non siamo lì per fare proselitismo, ma verifichiamo un potere di attrazione. Gesù Cristo ce l’ha. Così, capita che persone dell’islam si convertono al cristianesimo. Ma non il contrario. Eppure, siamo una Chiesa ingessata. Basti questo: si può dire che la ventata del Concilio Vaticano II non sia arrivata, se solo da qualche anno si celebra in lingua turca.
Lei ha detto anche: una Chiesa impaurita. Da chi?
La paura è l’attitudine della minoranza. Di chi si sente tale. Noi siamo le radici del cristianesimo nel mondo, che deve molto di più alla Turchia che a Gerusalemme. Vedere che l’albero si dimentica delle radici non induce all’ottimismo. E non è una cosa di oggi: già settanta anni fa il Nunzio Roncalli lamentava questa situazione. Non essere sostenuti dalle Chiese sorelle intimorisce.
In che senso?
Nel senso che è molto diffuso il gemellaggio delle diocesi con parrocchie in America Latina o in Africa. E con il Medio Oriente, con la Turchia, con la terra madre del cristianesimo?
I fatti di sangue intimoriscono anche noi.
Sono due anni che non accade nulla. Le poche persone che vengono in pellegrinaggio, invece, credono di arrivare e trovare i carri armati per strada. Ci sono un bel po’ di luoghi comuni da abbattere.
I pellegrini sono quasi scomparsi?
È un dato. Ma io vi invito: "Venite e vedete". Serve anche ad uscire da un certo provincialismo, da quel sentirsi al centro del mondo, tipico dell’Europa. Questa - e le cito le parole di mons. Luigi Padovese - è la terra santa della Chiesa. Per lui, come per don Andrea Santoro, dovremmo ricordarlo.
Ha citato S.E. Padovese. A lui questa terra dedica il convegno di Portogruaro. E in Turchia quale eredità ha lasciato?
La memoria di lui, che ho trovato arrivando sei anni dopo la sua morte, è viva. Un uomo apprezzato per gentilezza e bontà. E pensare che, non conoscendo la lingua turca come me, non poteva relazionarsi direttamente con la gente. Però organizzava convegni di studio ogni anno, si dava da fare, faceva molte cose. Ho trovato tutti ancora molto addolorati per la sua morte inaspettata e crudele e sconcertati per come è stato gestito il dopo.
Lei lo conosceva personalmente?
Lo avevo conosciuto prima della nomina a Vescovo. Quando poi lo era diventato, mi ero offerto di aiutarlo (mons. Bizzeti ha guidato una quarantina di pellegrinaggi in Turchia prima di diventare il Vicario apostolico di Anatolia ndr.). Lui avrebbe accettato. Ma è vero che io in quel momento avevo molti impegni: ero direttore del Centro di spiritualità Villa San Giuseppe a Bologna, poi sono stato a Padova, Rettore dell’Antonianum e direttore del Centro per la formazione del laicato che ha sede in Prato della Valle. E così, avendo già tanto da fare, non è stato possibile per noi lavorare insieme.
In Anatolia però ci è arrivato lo stesso. Andarci dopo l’uccisione di Mons. Padovese non le ha fatto paura?
I combattenti dell’Isis si giocano la vita per un dio falso. Non lo devo fare io per il Dio Vero?
L’Isis: l’Europa che dovrebbe fare?
Intanto avere, o cominciare ad avere, una politica estera che non ha. E poi avere coerenza o non è credibile. Oggi è agnostica, si è venduta l’anima al denaro, non crede a niente. Invece, nel Medio Oriente la gente crede in Dio, giusto o sbagliato che sia, ma crede. E scommette sulla sua fede. Noi su cosa siamo scommettiamo, per cosa siamo disposti a dare la vita?
A proposito di Europa: la Turchia ci entrerà o no?
Bisogna trovare la modalità. Però, se il negoziato è in stallo da trent’anni vuol dire che è impostato male. Tanto che oggi solo il 30-35 per cento della popolazione vuole entrare in Europa. Ci sono altre porte aperte: la Russia, gli Stati Arabi. È l’Europa che si crede ancora al centro del mondo.
C’è un accordo per i rifugiati.
L’Europa chiude le sue porte e dà i soldi alla Turchia perché restino lì. È una politica non cattiva ma stolta. Ce ne accorgeremo nel futuro. L’Europa deve imparare a curare i suoi interessi: non lo faranno né l’America né altri. Quanto ai rifugiati, le cose sono cambiate: una volta potevamo occuparci dei rifugiati cristiani, adesso no. Da quando lo Stato turco riceve i soldi, i rifugiati li gestisce lui. E nelle scuole ci sono due ore di religione la settimana: islam per tutti.
Voi, come Vicariato, avete delle scuole?
No. Noi, dopo il trattato di Losanna del 1923, non abbiamo personalità giuridica. Non possiamo avere scuole, oratori, Caritas. Guardi, anche io sono uno straniero e ogni anno devo rinnovare il mio permesso di soggiorno.
Verrebbe da dire: che potete fare allora?
Pregare, celebrare, mantenere la posizione, accogliere i catecumeni.
Avete Seminari?
No, vale lo stesso che per la scuola, perché non abbiamo personalità giuridica.
È una situazione ben difficile.
Sì ma non dimenticate che i nostri guai più grandi nascono spesso in Europa. Faccio un esempio: il caso delle vignette su Maometto. Voi le fate, ma a soffrire sono poi i cristiani che vivono nei paesi islamici.
Da dove ha origine tutto questo?
Da due passi falsi della storia: le conseguenze del Trattato di Losanna del ’23, quando l’Europa ha pensato di spartirsi l’Impero ottomano. E dalle due guerre del Golfo, la seconda in particolare. Bush junior la scambiò per una crociata e, ritenendo troppo tiepidi i cristiani, venne con i pastori protestanti, venne con le Bibbie in mano. Così, per colpa di uno, soffrono in molti.
Ma potete celebrare liberamente?
È possibile celebrare dentro i propri luoghi, fuori no. È una regola che vale per tutti, non solo per i cristiani. Ma, mi lasci dire: accadono anche tante cose belle.
Quali ad esempio?
La Pasqua unificata con gli ortodossi: il sogno ecumenico di molti papi da noi è realtà.
E poi l’ecumenismo spontaneo delle famiglie, dove lui ha una religione, lei ne ha un’altra ma le rispettano e si rispettano.
E ancora, le conversioni spontanee. Noi non facciamo proselitismo, testimoniamo la nostra fede vivendola. E le conversioni accadono.
Papa Francesco ha indetto un incontro ecumenico a Bari, il 7 luglio, per le Chiese cristiane del Medio Oriente.
Il Papa ha molto interesse a questo, tanto che ha nominato nuovi vescovi per le Chiesa cattolica in Medio Oriente. Ma non basta lui. Servono organismi intermedi. E non basta ancora. I capi non possono fare quello che la gente non fa.
Torniamo ai rifugiati. Come vivete la situazione lì?
Noi, ad Iskenderun, siamo sul confine con la Siria. Ci divide un muro lungo settecento chilometri, ben sorvegliato. Da lì passa chi decidono di far passare. Attualmente i rifugiati sono gestiti dallo Stato. Noi abbiamo comunque raccolto storie incredibili di cristiani scappati. Storie che non si possono immaginare.
Ce ne racconta qualcuna, per capire?
I nuovi cristiani da noi ci sono. Magari vengono dalla Corea o sono iracheni in fuga a motivo della fede. Guardi, era più facile restare e fare un patto con l’Isis che affrontare tutto quello che qualcuno di loro ha vissuto. Ma hanno scelto di perdere tutto per avere Cristo. E poi? Una volta arrivati in Turchia cosa trovano?
Trovano porte chiuse e non capiscono perché. Non possono più andare via e dentro la vita è difficile. Si trovano con scuole di Stato che impongono l’islam; si trovano le comunità cristiane che - lì da noi come qui da voi - fanno fatica ad accogliere i rifugiati. Ma restano storie di fede che dovremmo accogliere.
Storie di fede, come?
Di fede che corre pericoli incredibili per non perdersi. Di persone, addirittura non ancora battezzate, che lasciano tutto pur di avere Cristo. Di fede trasmessa per ascolto, per testimonianza, per sogni fatti, per internet.
Per sogni?
Le racconto una storia: l’unico nostro seminarista, che oggi sta studiando all’estero, era un ragazzo scapestrato e irrequieto. A sedici anni una notte sogna Gesù Cristo: si sente chiamato. E lui che fa? Lascia tutto e comincia un cammino, arriva al battesimo e adesso sta studiando teologia per diventare prete.
Ha ragione, è una storia incredibile.
Il Signore agisce, siamo noi che facciamo fatica a stargli dietro. Lui agisce. Lo so, si può ben dire che noi cristiani non siamo che granelli di senape: ma non è sempre stato così?
Simonetta Venturin

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