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Il paesaggio: un bene non eterno che ha incantato i poeti e i pittori

Speriamo di non dover mai dire, come cantava Joni Mitchell in "Big Yellow Taxi" nel 1970: "Hanno asfaltato il paradiso e ci hanno messo un parcheggio (…) hanno preso tutti gli alberi e li hanno messi in un museo di alberi"... ode moderna al paesaggio fragile e non eterno

Parole chiave: Paesaggio (1), Poesia (1), Pittura (1)
Il paesaggio: un bene non eterno che ha incantato i poeti e i pittori

  Pensando al paesaggio, molte sollecitazioni hanno affollato la mia mente, ma alla fine una si è imposta, forse perché risalente agli anni della giovinezza che, come si sa, avvolge tutte le cose di un’aura magica. Si tratta della celebre canzone di Joni Mitchell "Big Yellow Taxi" del 1970: "Hanno asfaltato il paradiso e ci hanno messo un parcheggio (…) hanno preso tutti gli alberi e li hanno messi in un museo di alberi, e poi hanno chiesto alla gente un dollaro e mezzo giusto per vederli (…) Com’è che sembra sempre che vada che non sai quello che hai finché non l’hai perso?". Ecco, pare davvero che l’uomo non sappia apprezzare i doni da cui è circondato se non quando, e molto spesso ad opera sua, tali doni non ci sono più ad allietare la sua vita.
Il geografo greco Strabone, vissuto a cavallo tra il I secolo a.C. e il I d.C., descriveva così la pianura padana: "Questa regione è una pianura assai fertile, ornata di colli fruttiferi". E le ondulate colline del paesaggio veneto a noi relativamente vicino occupano un ruolo non secondario nella grande pittura veneta del Cinquecento, da Cima da Conegliano a Giorgione a Tiziano. Un pallido riflesso lo si può scorgere nella copia dell’ Incredulità di San Tommaso di Cima conservata nel duomo di S. Andrea a Portogruaro, facendo l’originale bella mostra di sé a Londra.
Il paesaggio ha costituito anche il nucleo più autentico della poesia di Andrea Zanzotto, dalla raccolta d’esordio "Dietro il paesaggio", per finire  con la raccolta postuma di prose sparse "Luoghi e paesaggi".
E ad Andrea Zanzotto e altri poeti veneti si rifà Marco Paolini nel suo "Bestiario veneto", parlando di questo Veneto fatto di villette e capannoni, simbolo di una conquista sociale prima ancora che economica, che di fatto ha deturpato il territorio così da chiedersi se il nostro sia "un piccolo mondo antico che muore o una Los Angeles che nasce". Domanda legittima in un Paese che non ha ancora approvato una legge per il contenimento del consumo di suolo (a livello veneto la legge regionale è stata approvata nel 2017!), e nel quale ogni giorno 70 ettari vengono asfaltati o cementificati.
E allora non sai quello che hai finché non l’hai perso. Questa presa di coscienza che da alcuni anni sta attraversando in modo trasversale la nostra società, ha fatto sì che da più parti, malgrado l’assenza di un quadro normativo, si sia innescato un processo virtuoso di recupero di un’identità perduta, un riappropriarsi del proprio passato e della memoria dei luoghi. Così diventano cariche di risonanze le parole che Pier Paolo Pasolini scriveva esattamente settant’anni fa: "Devo dire che tutta la grande pianura compresa tra il Tagliamento e il Livenza è il luogo della mia vita, e che quindi ha per me il senso di un dato elevato all’ennesima potenza, carico di memoria".
In questo riappropriarsi del paesaggio dell’anima, in questo rifiuto di asfaltare il nostro paradiso, in questo paesaggio ritrovato, un ruolo di rilievo hanno avuto alcune azioni portate avanti negli ultimi vent’anni anche grazie al contributo di Vegal (Agenzia di sviluppo del Veneto Orientale) che ha saputo coinvolgere le varie realtà del territorio in un progetto complessivo di riscoperta della propria identità e della propria vocazione.
Un ulteriore tassello in questo mosaico è costituito dalla iniziativa voluta dalla Delegazione FAI di Portogruaro, che tra marzo e maggio ha organizzato cinque incontri su "Paesaggi possibili tra natura e cultura" con la partecipazione di naturalisti, urbanisti, storici e architetti. Un’occasione per conoscere, riflettere, partecipare, perché ancora una volta non "vada che non sai quello che hai finché non l’hai perso".
Roberto Sandron

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